L’ingegneria è una scienza criminale?

Cassaforte

La cosa divertente di internet è che trovi davvero tutto: dalle ricette di cucina ai progetti completi di tubi a raggi X, dalle opinioni sui temi della politica fino ai siti in cui puoi scommettere online sulle partite in corso. E talvolta ci si imbatte in qualcosa di davvero divertente e piuttosto controverso. La conoscenza è certamente l’arma più forte che esista al mondo, la soluzione definitiva ad ogni tipo di problematica ed è per questo che, specie quando si è stati in condizione di dittatura, era dalla scuola che passava la necessità di far conoscere solo ciò che serviva. D’altronde, chi dice che le proprie abilità debbano essere utilizzate esclusivamente per il bene? “La potenza è nulla senza controllo.”

Non molto tempo fa mi sono imbattuto in un articolo piuttosto interessante; si tratta di un post scritto su un blog personale in cui l’autore, Tim Hunkin, spiega quale sia la sua singolare opinione riguardo la scienza del forzare le casseforti.

Ho trovato piuttosto controversa la sua posizione, specie perché non soltanto la sua motivazione a scrivere ma anche la sua ispirazione ad agire è piuttosto discutibile ed apre ad un dibattito certamente vario ed interessante.

Lo scopo di questo post è quello di spiegare quale sia la sua personale visione di che cosa siano le casseforti, come funzionino e perché siano affascinanti ma non si risparmia affatto di criticare l’incapacità odierna nelle arti manuali che ha reso certamente meno abili tutti gli uomini “moderni.

Egli sostiene che “c’è qualcosa di straordinariamente soddisfacente nella assoluta ingenuità delle casseforti e dei lucchetti (serrature) in generale.” Il suo punto di vista al riguardo lo porta a sostenere che, in fondo, progettare una cassaforte sia effettivamente una scienza, al pari di ogni genere di materia che possa essere studiata sui banchi di scuola o di università, come la matematica oppure la biologia, ed in effetti ha ragione perché progettare una cassaforte è sicuramente una sfida notevolissima visto che, nel tempo, nuovi metodi e nuove tecnologie hanno reso questi oggetti sempre più sofisticati ed anche sicuri.

Tempo fa vidi un film in cui veniva sostenuta la teoria che “se qualcuno l’ha costruita (riferendosi ad una cassaforte), allora qualcuno può aprirla” ed è forse proprio questo che rende affascinante per Hunkin tutta la tecnica che sta dietro questa “arte”.

Ecco quindi che si palesa immediatamente la prima domanda: forzare una cassaforte è un’arte? Oppure è scienza? Può essere entrambe?

 

Come inizia una riflessione

Nell’arco degli ultimi vent’anni la pratica del cracking delle casseforti è diminuita drasticamente. Non si tratta più di un’attività “alla moda”, così come veniva affascinantemente proposta in tutti i film polizieschi, ed il numero di veri e propri attacchi criminali sulle cassette di sicurezza è diminuito in maniera importante. Tutto questo, secondo questo eclettico studioso, potrebbe essere dovuto alla mancanza, o alla diminuzione, della diffusione delle abilità manuali e pratiche.

Secondo l’autore, dandole un primo sguardo,  pare che una cassaforte moderna possa definirsi impenetrabile per via del fatto che, generalmente, è dotata di due sistemi di “bloccaggio”, ovvero una chiave ed una combinazione che, una volta forzate, non sono, tuttavia, sufficienti per ritenere di aver concluso il lavoro di apertura. Nel corso del tempo, infatti, le casseforti hanno cominciato a dotarsi di sistemi antifusione, di strati “rilevatori” e di sistemi di chiusura piuttosto sofisticati che includono la presenza di sistemi di ancoraggio della porta a tutti gli angoli tramite perni di acciaio che garantiscono che ogni lato della porta che sia ugualmente sicuro. Si tratta, inoltre, di dispositivi piuttosto pesanti il cui trasporto risulta certamente poco agevole.

D’altronde è anche vero che forzare una cassaforte, che sia in una banca oppure di un privato, è qualcosa di un po’ più complesso del doversi semplicemente “interfacciare” con i sistemi di antifurto previsti dal dispositivo; anche le “ronde”, i sopraluoghi, fanno parte del “gioco” e l’invincibilità delle casseforti che si trovano all’interno di una banca, secondo Hunkin, è un grande deterrente.

Uno dei motivi per cui il numero delle casseforti prese di mira è così notevolmente diminuito dipende, come giustamente viene fatto notare dall’autore, da una serie di modifiche che la struttura di questi dispositivi ha subito. Dal momento che “la necessità di custodire oggetti preziosi o di valori non è nuova“, è possibile trovare, nelle moderne casseforti, qualcosa che richiama “casse medievali, come molte se ne trovano nei musei o nelle chiese“. Il fatto che questi siano diventati cimeli storici rappresenta la testimonianza del fatto che la tecnica che sta dietro il progetto di questi oggetti non si è soltanto occupata di creare dei contenitori che fossero decorati in maniera tale da renderli gradevoli ma anche sicuri. Con la tecnica, peraltro, anche i materiali sono cambiati molto nel tempo ed Hunkin riporta come il materiale principale all’inizio fosse il legno è che grazie al ferro fosse possibile realizzare elementi ornamentali i quali, talvolta, potevano nascondere le serrature oppure altri elementi di “contromisura”. Un esempio è rappresentato dalla cassaforte che lo stesso autore ha realizzato nascondendo una piccola carica esplosiva che si attiva soltanto quando si cerca di forzarla.

 

Le ragioni storiche delle casseforti

Il 19simo secolo ha rappresentato un arco temporale in cui lo stesso concetto di “safe” è stato valorizzato. Se da un lato la costruzione e la realizzazione di una cassaforte era da considerarsi lavoro da fabbri, un ingentissima “produzione di massa” ha letteralmente rimpiazzato sia questa figura professionale sia le casseforti per come le si conoscevano al tempo. D’altronde, come giustamente anche Hunkin tiene a sottolineare, “that’s the progress”, ovvero questo è il progresso!

Il nome “safe” deriva da contenitori “fireproof”, ovvero a prova di fuoco, che garantivano la sicurezza dei preziosi nonostante l’alta temperatura che si poteva sviluppare durante un ipotetico incendio. Questa stessa proprietà è stata, nel tempo, esaltata dagli stessi produttori di casseforti “spesso fornendo dimostrazioni pubbliche” di resistenza.

La maggior parte delle casseforti moderne resistono a qualunque tipo di incendio ed una delle dimostrazioni più eclatanti e più note di questa proprietà è quella di una cassaforte “localizzata a trecento metri di distanza dal centro dello scoppio della bomba atomica di Hiroshima” il cui contenuto è sopravvissuto allo scoppio rimanendo “intatto“.

Ed è proprio questa resistenza che introduce e ribadisce il ruolo centrale che i materiali rivestono; “il ferro non era certamente il materiale ideale da utilizzare” per realizzare dispositivi resistenti al fuoco. Per questa ragione “la maggior parte delle casseforti era costituita da strati di ferro che venivano assemblati a realizzare una scatola“. Durante l’età vittoriana questa è stata una pratica d’uso molto utilizzata ma nel corso del tempo cardini, cerniere ed altre parti realizzate con la tecnica della saldatura vennero presi di mira, in particolare a Londra. La rottura di queste parti risultava straordinariamente semplice, col risultato che le cassaforti non erano più così “sicure”.

 

Le serrature

Altro nodo cruciale è quello della serratura, la quale ha potuto beneficiare dell’attenzione dei “tecnici” di allora una volta che la struttura esterna era stata rinforzata. In epoca medievale le serrature erano enormi ed altrettanto erano le chiavi perché dalla grandezza discendeva il fatto che fossero molto complicate da aprire. All’interno, una volta inserita, la chiave attraversa una struttura che rappresenta il negativo della sua conformazione. I cosiddetti “passepartout” sono semplicemente chiavi “minimali” che possono essere inserite all’interno di ogni serratura è che la “ingannano” riuscendo ad aprirle e questo rappresenta una grossa falla nella sicurezza.Per via di questa debolezza furono introdotte serrature” di altro tipo. La ricerca in questo ambito portò, nel 18simo secolo, ed in particolare nel 1784, Joseph Bramah ad inventare la serratura “che non può essere forzata” (non c’è traduzione più accurata per “unpickable”), una particolare configurazione che, sostiene Hunkin, viene tuttora prodotta.

Sostanzialmente forzare una serratura significava inserire due sottili arnesi metallici all’interno della serratura stessa dei quali uno serve ad effettuare movimenti di rotazione mentre l’altro serve a “scoprire” la sua struttura interna. Questi movimenti servono a spostare tutti i chiavistelli presenti all’interno della serratura, posizionandoli alla giusta altezza, in modo tale da riprodurre proprio il profilo della chiave così come si avrebbe qualora essa fosse inserita. Ed una volta raggiunto questo risultato, la serratura non potrà che aprirsi. Il che, a dirsi, appare piuttosto semplice; tuttavia non lo è per niente ed è proprio la mancanza di “tatto” che Hunkin, in qualche modo, incolpa quando guarda all’arte del forzare una serratura come una pratica ormai desueta.

Altra soluzione che l’autore sostiene di ammirare è la serratura a combinazione, “elegantemente semplici all’interno” ed evidentemente molto efficaci. Lo stesso Hunkin si è dilettato nel costruirne una e ci è riuscito “in un paio di ore” di lavoro. Secondo quanto testimoniato, “non c’è modo di forzare una serratura (di questo tipo); è anche piuttosto ovvio che questa serratura non produce alcun tipo di suono o rumore che possa essere riconosciuto da chi la sta forzando.” Questa osservazione risulterà piuttosto familiare a tutti noi che, almeno una volta nella vita, abbiamo visto un film in cui qualcuno, con uno stetoscopio, cerca di auscultare ogni singolo “clic” prodotto dalla cassaforte. Solo la corretta posizione e combinazione produce un emblematico suono che rappresenta l’apertura della serratura in questione.

A questo proposito, secondo Hunkin, l’uso dello stetoscopio ha presentato semplicemente una leggenda metropolitana, fino al giorno in cui qualcuno non gli ha presentato un “esperto del settore“, il quale gli ha potuto illustrare quanto di vero c’è nel processo portato avanti in quel modo. “Si tratta di una procedura piuttosto lunga che richiede diverse ore e silenzio assoluto per annotare ogni volta che si riesce a percepire che la serratura è arrivata nella giusta posizione” e questo vale, ovviamente, per ciascuna delle cifre che compongono la combinazione.

 

Il ruolo di Richard Feymann

Tuttavia esistono anche in modi meno elaborati per forzare una cassaforte a combinazione. Richard Feynman, un fisico che è stato anche premiato con il Nobel, divenne molto interessato a serrature a combinazione durante il lavoro sulla bomba atomica a Los Alomos durante la seconda guerra mondiale. Gli scienziati hanno avuto molto di rado il permesso di lasciare il sito, quindi nei momenti in cui non c’era molto da fare, cioè quando non lavorava, poteva dedicarsi a quello che ormai era diventato un hobby per lui. Poiché dalle sue parti tutto era classificato come “top secret”, e tutto era tenuto strettamente sottochiave, non gli mancava la possibilità di fare esperienze con lucchetti a combinazione che custodivano i segreti degli schedari. È stato proprio in questo modo, che, giocando con le serrature, egli ha scoperto che i numeri non devono essere necessariamente precisi ma che ci possono addirittura essere due cifre per entrambi i lati del numero reale di riferimento a rendere il numero riconosciuto quindi valido. Questo significa che il numero delle combinazioni effettivamente indecifrabili scende vertiginosamente da 1 milione ad appena 8000. Con la pratica, qualche ora di lavoro e 400 combinazioni diverse si sono dimostrate l’arma vincente contro qualunque serratura.

Certo, questo metodo quasi brutale è dispendioso, proprio in termini di tempo, però da l’idea che se qualcuno questo tempo da spendere c’è l’ha, la serratura primo poi cade. Così, sembrano quasi aver ragione quelli che in quel film dicevano che “c’è qualcuno che può aprirla“.

Nel corso del tempo Feynman ideò una nuova tecnica, decisamente meno elaborata, grazie alla quale cominciò, durante le ore di lavoro, a ruotare manualmente, seppur di poco, le serrature per scoprire quale fosse la combinazione giusta.

L’approccio finale, se vogliamo definitivo, fu quello di utilizzare la psicologia. Non è insolito, oggi, sentirsi dire che le combinazioni “predefinite”, quelle di fabbrica, devono obbligatoriamente essere cambiate dal nuovo possessore. Ciò dipende dal fatto che quello che studiò e scoprì Feynman è che le impostazioni di fabbrica venivano cambiate molto di rado e che le date con le cifre che venivano utilizzate come combinazione erano date di compleanno oppure anniversari. Insomma, quelle che oggi tutti noi sappiamo che non è il caso di utilizzare! Provando, per ciascuno dei referenti dei lucchetti, le date di ricorrenze ed occasioni, Feynman si guadagnò la fama di scassinatore.

Anche se è possibile “rompere” un lucchetto a combinazione, si tratta di un metodo raramente utilizzato dai criminali, o persino da parte dei produttori, chiamati ad aprire una cassaforte la cui combinazione è stata persa. Molte cassaforte sono dotate di serrature a tempo; pertanto, anche se la serratura a combinazione dovesse essere forzate, la cassaforte non potrà essere aperta al di fuori dell’orario di “servizio“. Nella maggior parte degli uffici postali le cassette di sicurezza sono dotate di questo tipo di sistema.

Molte casseforti, come testimonia Hunkin, sono dotate di micro-interruttori all’interno della serratura a combinazione che sono connessi ad un sistema di allarme il quale viene attivato non appena si è inserita la combinazione corretta al di fuori dell’orario ufficiale di lavoro.

 

E se non si apre, la facciamo “saltare”

Certo, lavorare così duramente per aprire una cassaforte presenta grandi inconvenienti, oltre ad essere estremamente complicato. Un’alternativa piuttosto popolare per forzare le cassaforti è rappresentata dall’utilizzo degli esplosivi. La polvere da sparo è stata utilizzata, in passato, con grande successo nell’America del 19simo secolo; il metodo è di una semplicità disarmante: la si versa all’interno della serratura che si lascia che questa esploda, rendendo il meccanismo a bullone accessibile. Una contromisura ad hoc è rappresentata dalla serratura “powderproof “, ovvero un semplice accorgimento che permetteva di limitare la quantità di polvere da sparo che si poteva introdurre nella serratura rendendo, così, inefficace la forza dell’esplosione.

E poiché per qualunque misura o sistema ci si arrovella per cercare una contromisura, si è pensato di utilizzare esplosivi più potenti. L’esperienza è stata comune a molti soldati che, finita la guerra, hanno dovuto tornare alle loro case ed alla vita civile; la loro esperienza sul campo di battaglia gli aveva permesso di avere a che fare con esplosivi di grande pericolosità e l’acquisita capacità di maneggiarli con destrezza presto venne utilizzata per scopi tutt’altro che leciti (semmai la guerra possa essere considerato uno scopo legittimo!).

 

La fiamma ossidrica

Se aprire una cassaforte scassinandola o utilizzando gli esplosivi sembra una soluzione non particolarmente pratica, molto probabilmente è facile pensare che una tecnica migliore sia trascurare, lasciar perdere, la porta e cercare di creare una breccia attraverso la parete.” Una riflessione piuttosto legittima se si pensa che e nel tentare di rendere un’apertura sigillata che si fatica mentre si può facilmente pensare che sia trascurabile la probabilità che qualcuno cerchi di creare un varco attraverso uno strato o una superficie solida e rigida. Da quando è stata fatta questa riflessione sono stati creati una serie di strumenti da taglio innovativi e sofisticati. Un esemplare di questa categoria è rappresentato dalla “oxyacetylene flame” meglio nota come ” Oxy-fuel welding”. La fiamma ossidrica è diventata presto una realtà concreta che ha trovato applicazioni in svariati campi della tecnica non soltanto per creare buchi ma anche per saldare, unire e modellare. Una soluzione che ha permesso di affrontare il problema dell’apertura della cassaforte in modo del tutto nuovo.

Ovviamente, come risulta chiaro da quanto detto fino ad adesso, un’opportunità per chi (la cassaforte) la vuole aprire illegalmente rappresenta una nuova sfida per chi (la cassaforte) deve progettarla in modo tale che sia sicura; così, quando è richiesto un alto grado di sicurezza, i produttori di casseforti utilizzano strati di alluminio incorporati all’interno della struttura in modo tale da ridistribuire il calore in maniera ottimale, dissipandone l’eccesso prodotto dalla fiamma ossidrica. Questo non elimina la possibilità che il varco sia creato ma rallenta il processo di fusione. In alcuni casi, ad esempio, uno strato spesso 12 pollici di rame può essere usato per dissipare il calore in maniera così efficiente che è impossibile realizzare un varco ma risulta piuttosto costosa come soluzione al punto da sollevare dubbi circa il fatto che valga la pena di acquistarla. D’altronde il valore della stessa cassaforte sarebbe superiore a quello del contenuto. Una soluzione è quella di rendere, allora, l’ambiente di “lavoro” inospitale per il malintenzionato ed, a tale scopo, alcuni produttori incorporano materiali che, una volta riscaldati, producono molto fumo. Questo rende difficile guardare la cassaforte durante “l’attacco” e, pertanto, il malintenzionato può essere quantomeno scoraggiato.

Hunkin continua a raccontare il suo punto di vista, e la sua opinione, spiegando che “probabilmente è un’ottima idea quella di cercare di rimuovere (dal posto in cui si trova) la cassaforte anche se questa non è una cosa semplice“, come abbiamo avuto modo di specificare in precedenza. Stiamo parlando di dispositivi piuttosto pesanti che talvolta, anche nel recente passato, sono stati trasportati ma che ora risultano piuttosto difficili da spostare, anche perché non esistono punti di appoggio o su cui fare leva nella struttura.

A scuola di furto con scasso

Nonostante queste difficoltà, un numero ingente di attacchi criminali ai danni delle casseforti ha avuto successo. Molte delle abilità richieste a chi fa lo scassinatore sono state tramandate da una generazione ad un’altra come una sorta di sistema di apprendistato informale.” Ed Hunkin continua spiegando che “c’è stato anche un report dell’American Commission che spiegava quali fossero i metodi migliori adottati dei costruttori di casseforti, anche con dovizia di particolari, per spiegare quali modelli potessero essere forzati in quale maniera“. Questa sorta di “scuola” è uno dei fenomeni che si è verificato storicamente e si affianca alle iniziative degli anni ’20 a Los Angeles, dove si sono tenuti corsi di riparazione e di apertura delle casseforti presso la Wayne Strong school of Safework. Poco più di cinquant’anni fa, la polizia canadese ha scoperto una “scolaresca” in un garage di Toronto al cui interno c’era un ricco arsenale da scassinatori professionisti con libri di testo addirittura divisi in “moduli”.

A queste straordinarie iniziative si è andata affiancando la creazione dei trapani a punta di diamante. È noto a tutti che il diamante è nella top ten dei materiali più duri che esistano al mondo e che è capace di perforare, tagliare o incrinare praticamente ogni superficie alla quale esso venga “contrapposto”. La sua durezza è data dalla struttura cristallina. Ed è per questo che risulta così utile al fine di “irrompere” nella cassaforte.

Sebbene, sulla carta, un attrezzo di questo tipo avrebbe potuto portare una sorta di rinascita della tecnica per gli scassinatori, questa non ha mai avuto luogo e proprio dagli anni 60 ad oggi si è verificato quel “tragico” declino di cui parla Hunkin. I dati, in tal senso, concordano ed i rapporti ufficiali parlano di un decremento del 46% nel 1994 (rispetto agli anni precedenti) ancora diminuito del 19% solo un anno dopo. Così, da arte tramandata tra le generazioni, il mestiere degli scassinatori diventa un fatto sporadico, episodico e, potremmo dire, occasionale.

Sembra, quindi, che abbiano vinto coloro che hanno cercato di rendere questi dispositivi più sicuri ed affidabili.

 

Un punto di vista

L’opinione dell’autore è che “la ragione principale della scomparsa dell’attività criminale dello scassinatore sia semplicemente dettata dal fatto che ci sono sempre meno persone dotate delle abilità manuali pratiche necessarie” e della competenza per riuscire a fare breccia in una cassaforte. La società non istruisce più le persone ai lavori manuali, secondo lui, in modo tale da “stimolare” le competenze necessarie perché questo tipo di “mestiere” possa continuare. Sempre secondo Hunkin, i criminali odierni tendono a preferire tecniche più “brutali“; è più facile “maltrattare o torturare qualcuno che conosce la combinazione della cassaforte“.

Secondo il suo punto di vista, questa “perduta arte” serve, ormai, più che altro, per scassinatori professionisti “legittimati” il cui scopo è quello di testare le cassaforti per dimostrare quali sono le debolezze dei prodotti delle aziende concorrenti o, come è accaduto per Richard Feymann, per il puro gusto della curiosità. Hunkin, a tal proposito, sviluppa un paragone interessante con quanto avviene nell’ambito dei computer, sostenendo che, di fatto, la maggior parte degli hack sia effettivamente condotto per puro piacere personale, piuttosto che da aziende il cui scopo è quello di mettere in circolazione sistemi di sicurezza che siano più sofisticati. Nulla di criminale, insomma.

 

Qualche riflessione

Come egli stesso sostiene, questo articolo ha ricevuto diverse attenzioni da molte persone che hanno espresso la loro opinione al riguardo; uno di questi è John Mitchell, il cui sito contiene una serie di informazioni a riguardo delle casseforti e della loro storia.

Personalmente, comprendo parte dello spirito con cui questo articolo è stato scritto: studiare una materia rendersi conto di quanto tempo è trascorso da quando “tutto ha avuto inizio” e comprendere quanto una materia o un oggetto siano cambiate nel corso del tempo è certamente affascinante.

Tuttavia non riesco a non farmi alcune domande che questo articolo sollecita in maniera importante. Tra queste: saper fare, conoscere la tecnica, rende potenzialmente pericolosi? Dal mio punto di vista, parafrasando una citazione che adoro, credo sia sempre possibile fidarsi degli uomini ma non del diavolo che c’è in loro.

 

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14 Comments

  1. Piero Boccadoro Piero Boccadoro 1 novembre 2012
  2. Piero Boccadoro Piero Boccadoro 1 novembre 2012
  3. Piero Boccadoro Piero Boccadoro 1 novembre 2012
  4. Piero Boccadoro Piero Boccadoro 1 novembre 2012
  5. Emanuele Emanuele 1 novembre 2012
  6. Emanuele Emanuele 1 novembre 2012
  7. Piero Boccadoro Piero Boccadoro 2 novembre 2012
  8. Piero Boccadoro Piero Boccadoro 2 novembre 2012
  9. Piero Boccadoro Piero Boccadoro 2 novembre 2012
  10. Piero Boccadoro Piero Boccadoro 2 novembre 2012
  11. Piero Boccadoro Piero Boccadoro 8 novembre 2012
  12. Piero Boccadoro Piero Boccadoro 8 novembre 2012
  13. Massimo 5.1 Massimo.Spiezia 9 marzo 2015

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