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Microspia UHF professionale - 4

Microspia UHF professionale

Con segnali sotto 1 millivolt (0,1 mV all’uscita del microfono) l’MC33111 non riesce a mantenere nemmeno a -20 dB il livello di uscita, ma ciò, lo vedrete in pratica, non è un grosso problema, soprattutto per l’applicazione nei locali più comuni (case, uffici, laboratori, piccoli capannoni). Vediamo adesso il caso contrario: se il segnale del microfono è troppo forte, ed è questo il caso più frequente (immaginate che le persone spiate si avvicinino al dispositivo o che facciano particolarmente rumore...con un martello...) l’MC33111 provvede a limitarlo per quanto possibile; notate che la parte di compressione ha un’attenuazione minore dell’amplificazione.

Quando il microfono produce più di 10 mVeff. all’ingresso (piedino 3) della sezione di compressione troviamo oltre 100 millivolt, perciò l’MC33111 interviene limitandolo a +10 dB, ovvero ad un massimo di 316 mVeff. L’intervento è possibile fino ad un segnale microfonico di 100 mVeff. (cioè 1 Veff. al piedino 3 dell’MC33111); oltre questo livello il compressore attenua comunque di 20 dB, ma non riesce a tenere 100 millivolt alla propria uscita. Ma anche questo è un problema che esiste più sulla carta che nella pratica, dato che difficilmente le voci delle persone spiate arriveranno a produrre oltre 100 millivolt all’uscita della capsula electret: infatti questa ad un certo punto satura.

Bene, passiamo oltre e vediamo che il segnale uscente dal compressore della dinamica si preleva dal piedino 2 dell’MC33111, dal quale giunge direttamente all’ingresso dell’ibrido TXFM audio (U2) per modularlo e mettere “in onda” quanto captato dal microfono. Il trasmettitore è alimentato con la tensione principale di 9 volt, e funziona nella classica configurazione già vista a proposito del radiomicrofono FM (proposto il mese scorso) senza tuttavia utilizzare la rete di preenfasi: l’abbiamo voluto esplicitamente per non amplificare troppo le alte frequenze, e ciò per evitare di trasmettere soffi e fruscii di fondo dovuti a interferenze captate dalla capsula microfonica e dai collegamenti.

Al posto della rete di preenfasi troviamo un partitore resistivo, che attenua leggermente il segnale di uscita del primo stadio prima di mandarlo al modulatore FM. L’antenna trasmittente per il modulo ibrido potrà essere costituita dal solito spezzone di filo (anche flessibile e di piccolo diametro) lungo 17 centimetri, collegato evidentemente al piedino di uscita (15). Tutto il circuito funziona a tensione continua di 9 volt: con questi alimentiamo l’ibrido e, tramite il regolatore integrato U3 (un LM78L05) ricaviamo i 5 volt che servono per far funzionare l’MC33111.

L’assorbimento dell’insieme è abbastanza contenuto, dato che il regolatore richiede pochi milliampère, il compressore U1 assorbe circa 2 mA, e l’ibrido ne consuma 15: in tutto stiamo entro i 20 milliampère, il che significa che facendo funzionare la microspia con una buona pila alcalina si ottiene un’autonomia di circa 40 ore di trasmissione.

IL TX IN PRATICA
Bene, dopo aver esaminato nei particolari il funzionamento del circuito della microspia vediamo, con uguale attenzione, come si può realizzarla in pratica; per prima cosa facciamo notare a chi ancora non l’avesse visto che questa volta il circuito è di tipo SMD, cioè impiega componenti a montaggio superficiale e la basetta è stata disegnata per ospitarli. Il tutto è stato fatto per ridurre quanto più possibile le dimensioni, così da rendere la nostra microspia una delle più piccole ed affidabili disponibili sul mercato, paragonabile a quelle impiegate nelle investigazioni vere e proprie.

 

 

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