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Parliamo di microfoni - 4

Parliamo di microfoni

Ma non solo, perché i dispositivi dinamici sono preferiti anche e soprattutto nelle esibizioni e nelle riprese dal vivo, grazie alle loro doti di robustezza e di scarsa sensibilità nei confronti dei fattori ambientali.

E’ facile rendere direzionale un microfono dinamico; strutturalmente esso è fatto in questo modo: alla membrana è attaccata rigidamente una bobinetta realizzata con filo di rame sottilissimo e collegata, con i suoi estremi, a due elettrodi che costituiscono l’uscita del segnale; la bobina è perciò libera di muoversi entro un campo magnetico generato da una calamita permanente, ovvero nel relativo traferro strutturato (nei microfoni migliori) in modo da avere un’alta densità di flusso.

Quando il dispositivo viene investito dalle onde sonore la membrana viene messa in movimento ed oscillando fa muovere anche la bobina mobile, la quale per il suo spostamento, e secondo le leggi dell’induzione magnetica, determina tra i propri terminali una tensione variabile indotta, prelevabile dai contatti di uscita. Ovviamente la forma d’onda di tale tensione segue l’andamento del segnale acustico (vedere fig. 8) da frequenze di pochi Hz, fino al limite della gamma delle audiofrequenze, dato che il sistema membrana-bobina mobile è piccolo e leggero, quindi ha poca inerzia, e riproduce oltretutto con un’ottima linearità, si adatta agli impieghi professionali ed ovviamente in hi-fi.

Il segnale prodotto da un microfono magnetico è decisamente debole, poiché dipende esclusivamente dall’induzione magnetica nella bobina mobile: si va in media da 1 a 10 millivolt efficaci; l’impedenza caratteristica è di 600 ohm, quindi bassa quanto basta per accoppiarlo a tutti i preamplificatori e finali, mixer o altri stadi a transistor bipolari, tubi elettronici, fet, ecc.

Il basso livello del segnale di uscita lo rende facilmente influenzabile dai disturbi esterni, il che rende indispensabile l’uso di un cavo ben schermato, o di una linea bilanciata: non a caso i dispositivi utilizzati per gli studi di registrazione (es. ElectroVoice, Shure, ecc.) e per i concerti hanno normalmente l’uscita bilanciata a tre poli. Evidentemente per avere un segnale bilanciato la bobina è divisa in due parti, in modo da avere altrettanti segnali audio riferiti a massa, e tra loro in opposizione di fase: in pratica è composta da un solo avvolgimento con presa centrale collegata all’elettrodo di massa, cosicché durante il funzionamento le vibrazioni producono due segnali che rispetto a questo sono uno positivo e l’altro negativo, e viceversa.

Chiaramente per questa ragione e per il genere di connessione con l’esterno il tipo bilanciato costa decisamente più di quello normale, ad uscita sbilanciata. Sempre in tema di qualità della riproduzione possiamo parlare del microfono a condensatore (fig. 9) preferito negli studi di registrazione e comunque al coperto, per le doti di estrema linearità, sensibilità, e larghezza di banda. Il principio di funzionamento su cui si basa è quello della variazione di capacità di un condensatore le cui armature sono soggette a vibrazione, nel caso, sotto l’effetto delle onde sonore.

Questo microfono è costituito in pratica da una lamina fissa ed una mobile, elastica, che fa da membrana sensibile; la distanza tra le due armature del condensatore così costruito è estremamente ridotta, quanto basta per far oscillare la membrana senza che tocchi la lamina fissa.

 

 

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