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Parliamo di microfoni - 6

Parliamo di microfoni

Nel primo caso ha due terminali collegati proprio alle armature; nel secondo dispone internamente di un preamplificatore che ne eleva il livello e ne abbassa l’impedenza di uscita, che pure è bassa (qualche Kohm) e non certo paragonabile con quella del classico microfono a condensatore.

L’amplificatore è solitamente un jfet open-drain, cosicché la capsula ha soltanto due fili: il negativo (collegato all’involucro) va a massa, mentre il positivo si connette ad una tensione continua (+3÷9 volt) mediante una resistenza nella quale scorre 0,5÷1 milliampère. Tra positivo e negativo (drain e source del jfet...) si preleva il segnale amplificato. Esiste anche la capsula electret a 3 fili, nella quale l’alimentazione del preamplificatore (jfet o altro) è separata dall’uscita.

Qualunque microfono a condensatore richiede il disaccoppiamento in continua, ovvero un condensatore calcolato per lasciar passare il segnale audio e bloccare la componente continua di polarizzazione. I microfoni a condensatore, come quelli magnetodinamici, sono del tipo a velocità. Restando in questo ambito vediamo adesso un altro microfono professionale, che possiamo considerare quello a velocità per eccellenza: si tratta del tipo a nastro; questo presenta una caratteristica bidirezionale il cui diagramma è praticamente un otto.

E’ costituito da una membrana a nastro molto sottile, tesa tra le espansioni polari di un potente magnete: investita dalle onde sonore si mette a vibrare e ai suoi capi si produce una leggerissima differenza di potenziale, poiché essa si comporta come una spira di conduttore immersa in un campo magnetico (figura 11) e nella quale perciò (secondo la celebre legge di Lenz) si crea una tensione indotta. Trattandosi di una lamina e quindi di una sola spira, avendo un numero ridotto di espansioni polari, il segnale prodotto ha un’ampiezza piccolissima, tale che per poter collegare un microfono a nastro ad un’ingresso standard occorre interporre un preamplificatore ad alto guadagno o un costosissimo trasformatore traslatore.

Un segnale debole comporta evidentemente molti problemi riguardanti le interferenze, perché diviene necessaria una schermatura particolare; e poi, nonostante tutto, conviene impiegare il dispositivo in ambienti poco disturbati. E’ quindi necessario usare un adattatore di impedenza, implementato solitamente nel preamplificatore o nel trasformatore (che non a caso abbiamo chiamato “traslatore”) perché il microfono a nastro non ha che pochi ohm, tutt’altro che i 600 ohm per cui sono previsti gli ingressi standard.

Per questi motivi, nonché per la delicatezza della membrana a nastro (che deve essere protetta anche dai “colpi d’aria” nei confronti dei quali è estremamente vulnerabile) per il peso notevole dovuto al magnete, e per le dimensioni non proprio ridotte, il microfono a nastro ormai è poco usato, benché abbia eccellenti caratteristiche e dia prestazioni tra le migliori. Oltre a quelli elencati esistono altri tipi di microfono, realizzati però quasi esclusivamente nei laboratori e difficilmente utilizzabili in pratica, e che pertanto non stiamo ad esaminare.

Diamo solo un breve cenno sul tipo piezoelettrico, ancora in commercio e usato quando si vuole un segnale relativamente forte senza dover ricorrere ad un preamplificatore o ad un alimentatore apposito. Questo dispositivo è costituito da un materiale ceramico, a volte Titanato di Bario opportunamente trattato, ai cui lati sono applicati due elettrodi: sopra è attaccata la membrana che, sotto la pressione delle onde sonore, comprime e lascia dilatare il cristallo; poiché un materiale piezoelettrico per effetto di una sollecitazione meccanica genera lungo una direzione una differenza di potenziale tra le sue facce, fra gli elettrodi è possibile registrare un segnale il cui andamento è analogo a quello delle onde sonore che l’hanno determinato.

L’ampiezza è molto buona, e superiore a quella di qualunque altro dispositivo dinamico, e oltretutto senza alcuna polarizzazione. L’impedenza è prossima al Mohm, quindi richiede un adattatore (anche un semplice transistor a collettore comune) che l’abbassi a valori accettabili. Il microfono piezoelettrico ha una buona resa ed una risposta in frequenza lineare tra 60 e 13.000 Hz, non risente né del calore e tantomeno dell’umidità, tuttavia il costo di produzione penalizza in particolar modo il tipo al Titanato di bario, che è quello migliore; e comunque costa un po’ troppo se paragonato ad uno dinamico, di pari prestazioni. Questo spiega perché è scarsamente diffuso ed ha lasciato anch’esso il passo ai tipi dinamici e agli electretcondenser.

 

 

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