La pirateria è naufragata?

naufragata

Negli ultimi 25 anni i computer sono diventati indispensabili alla vita di tutti i giorni, l'esigenza di connettività è cresciuta e la società dell'informazione ha prodotto più contenuti. Certamente non sempre di qualità, e questo era inevitabile. Ciò vale nell'informazione, è avvenuto nel cinema, nella musica e praticamente in ogni branca della scienza umana. Conoscere, invece, è un'esigenza che non è mai cambiata. Sempre fondamentale, sempre presente, sempre urgente. Ma la conoscenza ha un costo e la pirateria si è sempre proposta come una soluzione al problema dei costi elevati. Ma è stato davvero così? E soprattutto, oggi ce n'è ancora bisogno?

Avete notato che negli ultimi 5 anni si sono letteralmente decuplicati i servizi Internet, podcast e streaming che permettono di ascoltare la musica? Altrettanto è successo per tutti i player multimediali.
Senza parlare della velocità delle connessioni disponibili anche per utenti privati a casa: siamo passati dal 56 kB/s per arrivare alla fibra ottica!
Una volta Internet lo pagavamo al secondo mentre adesso possiamo beneficiare di convenientissime tariffe Flat.

La verità è che, nel corso del tempo, sono cambiate le esigenze, le aspettative, i bisogni reali e quelli indotti. Insomma, la società intera è cambiata. Ed uno dei mali della nostra società, nonché del suo modo di vivere, è sempre stato quello di credersi più furbi, più intelligenti. In questo panorama la pirateria digitale l'ha fatta da padrona per tantissimi anni, su tutti i fronti: film, musica, video, immagini, videogiochi. Intrattenimento prevalentemente. Ma anche libri, pubblicazioni e tanto altro ancora.
Tutto ciò che ha avuto a che fare con l'opera d'ingegno, intesa dal punto di vista del tempo libero e non solo.

Ci sono stati anni frenetici in cui le major della musica e del cinema hanno fatto carte false, ed inventato ogni genere di stratagemma per provare a strappare una condanna a chi metteva in condivisione i contenuti coperti da diritto d'autore.
Resteranno nella storia dell'umanità due casi sopra tutti gli altri (e probabilmente, senza che io vi abbia ancora nominati, avete capito): Napster e The Pirate Bay.

Ma la pirateria ha fatto davvero del bene?

Senza voler prendere posizione contro persone o atteggiamenti, non possiamo che condannare l'illegalità. Detto questo, però, la posizione del "pirata tipo" è quella di condannare lo stesso concetto che ci sia legalità nell'inserire dei diritti riservati o da tutelare verso l'autore di un'opera di qualunque genere tipo perché, quale parte della conoscenza dello scibile umano ed espressione di creatività, ogni opera appartiene all'umanità stessa.
Se parlassimo di cosa è giusto pensare, probabilmente il dibattito non finirebbe mai e ognuno rimarrebbe della sua idea.
C'è un fatto, però: accedere a prodotti e servizi senza pagare significa che chi ne è proprietario o li distribuisce o li mette in circolazione o comunque le rende disponibili non può pagare dipendenti e spese. E questo è un problema.
Ed è un problema prescindere da come la si pensi perché è un dato di fatto.
C'è stato, e c'è tuttora, il rischio concreto che la pirateria distrugga il concetto stesso del lavoro di queste persone e chi decide di fare scelte di questo tipo deve sapere che questa riflessione è d'obbligo.

Qualcosa è cambiato

Avete mai sentito la frase "se non puoi sconfiggere il tuo nemico, alleatici"?
Bene, è esattamente quello che è successo.
Le case discografiche e quelle di produzione cinematografica hanno scoperto che il movimento pirata non può essere in alcun modo sconfitto perché la voglia di libera circolazione è più forte del loro legittimo desiderio di (quel margine di) profitto.
Ma forse, finalmente, qualcosa si sta muovendo. Nella direzione giusta, una volta tanto.
Lo scontro testa a testa e gli attriti inevitabili che questo ha generato, hanno dimostrato il fallimento dell'intera società e gli unici che hanno fatto le spese di tutto questo fino a questo momento sono proprio gli artisti, gli inventori, i creativi e tutti coloro che si sono impegnati per dare al mondo qualcosa di diverso, di nuovo.
Ma come dicevamo prima, forse adesso tutto questo non è più indispensabile.

Conoscete tutti Spotify?

Io per primo l'ho conosciuto da poco, anche se sono diversi anni che è in giro. Si tratta banalmente di uno strumento attraverso il quale si può accedere all'ascolto praticamente di ogni genere di brano musicale.
Bene, Spotify, insieme con tutti gli altri servizi di streaming musicale, sta facendo davvero miracoli nei confronti della lotta contro la pirateria, o almeno questo è quanto raccontano gli ultimi dati della IFPI (International Federation of the Phonographic Industry), l'associazione che rappresenta i discografici del mondo.
Nel corso del 2013, infatti, (è un po' presto per fare le stime di quest'anno!) i ricavi della musica digitali sono aumentati del 4,3%, mentre il giro d'affari per l'acquisto (download) è rimasto pressoché invariato.
E qualcuno ha capito che era il caso di investire; infatti, oltre Spotify, i servizi in abbonamento, che costano una decina di euro al mese, sono cresciuti nel 2013 del 51,3%, fino a 28 milioni di abbonati circa. Tra questi: Deezer, Google, Apple e Microsoft.
Anche chi non paga nulla genera discreti guadagni grazie alla pubblicità: i ricavi di YouTube e Vevo, tra gli altri, sono cresciuti del 17,6%.

E certamente non è affatto trascurabile il vantaggio offerto dal servizio in mobilità, soprattutto per smartphone: molti preferiscono pagare piuttosto che scaricare una libreria pirata, organizzarla e copiarla su telefono o altro dispositivo.

E Spotify, in verità, non è nemmeno soltanto gratis. Esiste la possibilità di averlo gratuitamente e poi esiste una modalità Premium, con agevolazioni, contenuti in più, nessuna pubblicità e altre forme di incentivo. Il dato che ci sembra fondamentale sottolineare è che questi servizi hanno dimostrato che sono moltissimi gli utenti che userebbero l'applicazione solo se gratuita. Tuttavia una grande fetta di mercato è disponibile a pagare un piccolo abbonamento mensile, un canone, fisso, per accedere allo stesso.
I fattori che incidono sono diversi: la grande quantità di musica disponibile (30%), il fatto che sia legale (24%) e la semplicità di utilizzo (24%).

Solo una coincidenza?

Personalmente vi dico di no. E sapete perché? Perché è successa la stessa cosa con i videogiochi. E da diverso tempo anche.
Sapete che cosa sono, per esempio, Steam e Origin?
Si tratta di due piattaforme cloud grazie alle quali è possibile avere accesso alle versioni digitali dei giochi che possono essere comprate, naturalmente a prezzo più basso, scaricate, installate e giocate. Il tutto con una serie di meccanismi premiali che da un lato permettono il salvataggio automatico direttamente sul server delle proprie partite e dall'altro, tra il numero di videogiochi acquistati, i progressi ottenuti, eventuali medaglie, premi, bonus e simili, si riconosce all'utente un punteggio globale all'interno di una classifica che crea una sorta di accreditamento dei videogiocatori.
In pratica, più giochi, più compri, migliori risultati ottieni all'interno dei giochi che hai comprato, più condividi i tuoi risultati con i tuoi amici, più riesci "a farti un nome" e magari ad avere sconti, accedere ai contenuti extra, riservati soltanto d'un certo tipo di videogiocatori e così via dicendo. Un vero e proprio gioco di ruolo!

Solo una presa in giro?

Di fatto, se prima la gente non aveva voglia di pagare perché non lo riteneva giusto o diceva di non poterlo fare, adesso, invece, lo fa. Ed è contenta.
Detta così, sembrano solo due le possibilità: o non era vero prima oppure non è vero adesso.
Personalmente ritengo che non possa trattarsi soltanto di un fatto economico. Non avere la disponibilità economica non è più un problema per nessuno di noi.
Una volta il costo unitario di un SMS ci preoccupava, oggi tutti noi abbiamo accettato l'idea di pagare € 10 al mese, se non di più, per avere la possibilità di mandare 500 messaggi se non di più e poi alla fine non mandarli nemmeno.

Allora tutto questo non è realmente una presa in giro, almeno secondo la mia opinione.
Si tratta di accettare da un lato che la tecnologia incalzi e che la voglia di condivisione sia tanta e dall'altro che non è possibile per nessuna ragione al mondo creare, lavorare, inventare per il solo gusto di averlo fatto.
Il lavoro va retribuito, altrimenti è schiavitù.
E forse, finalmente, questo concetto oggi viene digerito.

4 Comments

  1. Boris L. 28 settembre 2014
  2. RobertoDomolo. Roberto Domolo. 1 agosto 2014
  3. salvatore.pizza 1 agosto 2014
  4. darkstar55 6 agosto 2014

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