Radio Caterina: la radio della speranza

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La storia di un mitico radio ricevitore clandestino. Viaggio tra speranze, paure, pensieri e voglia di libertà, negli anni più cruciali della guerra.

Nei campi di concentramento tedesco era vietato ascoltare i programmi radio e i bollettini di guerra. I deportati, se venivano scoperti ad origliare le trasmissioni delle emittenti, erano subito puniti o uccisi. Allorché la grande maggioranza di notizie aveva un carattere prettamente militare e politico.

Ad ogni modo, i prigionieri avevano la necessità di essere informati costantemente sull’andamento della guerra e delle singole battaglie. Era un modo per continuare a sperare. Ma nei lager essi non avevano alcun diritto, nemmeno quello di vivere.

Un gruppetto di prigionieri italiani, geniali e disperati, riuscirono a costruire dal nulla un ricevitore radio. Fu possibile ascoltare, seppur con qualche difficoltà tecnica ed operativa, i programmi radio e, soprattutto, i notiziari.

Radio Caterina è nata nel 1944 nel campo di prigionia per Internati Militari Italiani di Sandbostel. Erano molti i prigionieri militari chiusi in quella prigione e molti non riuscirono mai a scappare.

Si trattava di un piccolo ricevitore radio, dalle dimensioni di 10x9x5 centimetri e dal peso di pochi grammi. Benché i tedeschi sapessero dell’esistenza di Radio Caterina, essi non riuscirono mai a trovarne alcuna traccia.

Il progetto fu curato nei minimi particolari: ognuno doveva contribuire alla raccolta dei materiali necessari. I militari prigionieri, secondo le proprie possibilità dovevano fornire un componente idoneo alla creazione del prototipo. C’era chi riuscì a raccogliere la valvola (la 1Q5, l’unica presente nel ricevitore), chi le pile, anche alcune scariche, chi la cuffia e chi il condensatore variabile. Molti componenti erano di recupero, alcuni anche autocostruiti.

La bobina, per esempio, fu costruita utilizzando del filo isolato tolto dalla dinamo di una bicicletta. Le resistenze erano realizzate con carta e grafite. Il condensatore variabile con lamine di alluminio, tagliate da un portasapone. Insomma, si faceva di necessità, virtù.

Alcune batterie erano costruite utilizzando monetine di rame e spezzoni di zinco. Chi realizzò la radio sapeva il fatto suo e conosceva bene le nozioni di fisica e di elettricità.

 

 

Dopo giorni di sperimentazioni e prove (non si disponeva infatti di tester e di oscilloscopi) finalmente fu pronto il prototipo funzionante. La gioia dei prigionieri fu enorme che, ovviamente, tenevano il gran segreto.

Anche gli ascolti erano effettuati in grandissimo segreto. Si rischiava la vita ad essere scoperti. Ed i luoghi di riunione (per pochi prigionieri) erano sempre diversi. Le sintonizzazioni avvenivano a tarda sera, al buio, verso le ore 22:00. L’ascolto dei notiziari avveniva, ovviamente, in condizioni pessime: bastava un nulla per “perdere” la sintonia, e per recuperarla era sufficiente, a volte, spostare una gamba o un braccio, al fine di “risintonizzare” la stazione persa.

 

 

Le notizie venivano accuratamente appuntati in un diario, custodito gelosamente dai prigionieri, che con pochissima luce riuscivano a scrivere alla meno peggio. A volte i messaggi registrati sulla carta erano cifrati, nel caso che il quadernetto fosse finito in mani nemiche.

Il primo ascolto fu quello di Radio Londra. Il ricevitore era ben conservato in una piccola scatola di legno. Il funzionamento, con ricezione a reazione, era molto precario e le continue regolazioni di sintonia e di innesco, a volte, impedivano l’ascolto. La radio doveva fare anche i conti con i trasmettitori tedeschi, installati per mandare nell’etere delle portanti di disturbo per  eventuali trasmissioni segrete.

Il “mantenimento” elettrico della radio era l’aspetto più complicato. La valvola, infatti, assorbiva parecchia corrente ed era necessario provvedere molto spesso alla sua “alimentazione”. Aveva più fame Radio Caterina che un prigioniero. Per questo motivo, alcuni chimici prigionieri tentarono esperimenti vari, in un laboratorio di fortuna, approntato con ciò che riuscivano a trovare.

Inizialmente le pile erano alimentate con dell’ammoniaca. Spesso questa sostanza era reperita anche dalle urine dei prigionieri. Ma l’efficenza era estremamente bassa e la resa di questo metodo regalava solo pochi minuti di ascolto al giorno.

Con molto coraggio si decise che la cosa migliore era quella di allacciarsi “abusivamente” alla rete elettrica alternata. La prima difficoltà era, ovviamente, quella di raddrizzare la tensione. Un raddrizzatore valvolare e centiaia di piccoli condensatori, costruiti con della carta stagnola reperita dai pacchetti di sigarette, permisero di ottenere una tensione pressochè continua.

Per qualche tempo fu quindi possibile alimentare Radio Caterina attraverso la corrente elettrica delle baracche. Due sottilissimi fili con due spilli all’ estremità, nascosti all’interno del legno, arrivavano all’impianto elettrico.

Ma ad un certo punto il furto di corrente elettrica venne scoperto e le baracche restarono al buio.

La realizzazione, ovviamente, non era stata eseguita “a caso”. I prigionieri militari, capitani e tenenti, avevano infatti dietro di sè un ottimo bagaglio culturale e di esperienza, in campo elettronico e fisico. Come era infatti pensabile la costruzione di un ricevitore a reazione, senza un minimo di cognizione tecnica? E soprattutto, come si poteva creare dal nulla un sistema radio, utilizzando materiali di fortuna, se non si era ottimi conoscitori della materia?

Tecnicamente si trattava di un ricevitore a reazione, formato da una sola valvola. Il circuito di sintonia era del tipo a variometro. Il condensatore variabile era costruito con spezzoni di lamiera e separati tra loro da un foglio di carta oleata, come dielettrico.

Le connessioni erano realizzate con filo ritorto e non erano fissate da alcuna saldatura a stagno. Il segreto del funzionamento, anche in condizioni estreme, stava nella grande sensibilità del circuito, che funzionava sempre in condizioni prossime all’innesco. La regolazione fine della reazione, a volte abbastanza difficoltosa, determinava la rivelazione del segnale.

I sospetti da parte delle autorità tedesce erano sempre elevati. Le perquisizioni molto frequenti costringevano i progettisti della radio a smontarla in continuazione, in modo che le singole parti non destassero sospetti. Agli occhi degli aguzzini sequestratori, il condensatore variabile appariva come un raschietto per pulire, il contenitore diventava un semplice porta oggetti e gli altri componenti più minuti erano nascosti dentro le gavette.

Le trasmissioni, scritte in codice, venivano tradotte anche in inglese e comunicate ad altri lager. La realizzazione di Radio Caterina fa comprendere in pieno la grande ingegnosità degli ufficiali italiani, che rischiavano giornalmente la vita per ricevere e divulgare le notizie della guerra.

Radio Caterina funzionava con semplicità e tanto ingegno. Un esempio che tutti gli amatori della radio dovrebbero seguire.

Un esempio di coraggio e di speranza che ha fatto sognare migliaia di prigionieri.

 

GDM

 

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6 Comments

  1. Boris L. 23 aprile 2013
  2. delfino_curioso delfino_curioso 23 aprile 2013
  3. Piero Boccadoro Piero Boccadoro 23 aprile 2013
  4. Giovanni Di Maria gio22 23 aprile 2013
  5. Luigi Francesco Cerfeda 23 aprile 2013
  6. Boris L. 25 aprile 2013

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