Vivere un anno open source: reale iniziativa o trovata pubblicitaria?

Vivere Open Source

Ricordate quando abbiamo proposto, in un vecchio articolo, una sfida che consisteva nel vivere 24 ore open source? L’esperimento ha suscitato qualche critica perché, in effetti, sono talmente tanti gli aspetti della tecnologia che trascuriamo, perché così insiti nel nostro vivere, da non poterli gestire tutti in maniera open. Qualcuno ha pensato di andare addirittura oltre, cercando di vivere un intero anno open source, al 100%, senza eccezioni. Missione impossibile, ma l’intraprendente regista di origini neozelandesi, residente a Berlino, Sam Muirhead, ha deciso di abbandonare tutti i prodotti coperti da copyright (anche i vestiti), per far conoscere al mondo, tramite le telecamere (saranno anche quelle open source?), questo stile di vita.

Vivere open source è davvero ambizioso

Ad essere onesta, questo progetto, la cui data di partenza è fissata al 1 agosto prossimo, ha tutto il sapore della trovata pubblicitaria, giusto per fare un po’ di marketing virale in rete, raccogliere fondi e magari girare un film; d’altronde Sam è un regista, giovane, pratico e con tanta voglia di mettersi in mostra.

In questo video l'autore spiega tutto il progetto.

Vivere un anno intero open source è davvero difficile e lui, nel simpatico video spiega con dovizia di dettagli cosa intende fare. Da utente Apple, ha deciso di passare a Linux (ma il computer open source dove lo trova?), di condividere cibo (questo è fattibile, magari lui coltiva pomodori e patate e in cambio riceve carne e frutta..), di indossare solo vestiti open source e di coprire con la stessa filosofia ogni aspetto del vivere. Mi soffermerei sull’abbigliamento: anche non scegliendo brand affermati, davvero difficile trovare aziende che producano vestiti open source, per cui Sam dovrebbe ottenere della stoffa open source e rammendare alla meno peggio un vestito. Sinceramente questo problema mi sembra insormontabile. Per non parlare di eventuali contraccettivi fai da te, con tutti i rischi annessi.

Per gli spostamenti, Sam ha pensato all’autostop, visto che aerei open source non si possono ancora costruire.

Raccolta di soldi per un anno open source

Come abbiamo visto, open source non vuol dire gratis, è un concetto più complesso, tanto che Stallman ha parlato di ‘free speech, not free beer’, cioè ti do tutte le informazioni a costo zero, ma non ti regalo il prodotto, quello te lo fai tu.

Con questa filosofia Sam Muirhead ha ben pensato che il suo scopo, cioe’ quello di diffondere l’open source nel mondo è un ‘free speech’, e fin qui ci siamo, ma la ‘beer’ la compriamo noi e i suoi parenti e amici. Il suo obiettivo è quello di raccogliere 20.000 dollari per girare il mondo e diffondere il verbo della condivisione: sicuramente un gesto nobile, che a me sa di parassita.

Sono sempre stata decisamente contraria al finanziamento di chi propone sfide come quella di girare il mondo in due mesi o cose del genere; io sono un’appassionata viaggiatrice, ho visitato posti lontanissimi pagando tutto di tasca mia. Qualcuno potrebbe rispondermi che lui non lo fa solo per piacere personale, ma anche per rendere visibile l’open source in tutto il mondo e mostrare l’importanza della condivisione della conoscenza, che non dovrebbe avere un prezzo. Io ho fatto e faccio lo stesso (e come me tanti altri, non solo nel settore viaggi), sempre pagando tutto di tasca mia, ma mettendo a disposizione, a costo zero, le mie conoscenze con blog e foto accessibili gratuitamente a tutti e con interventi sui forum di settore. Lo faccio per piacere; se Sam vuole davvero diffondere l’open source come un novello Messia, può anche andare a lavorare durante il suo peregrinare, o magari lavorare prima, raccogliere i fondi necessari e partire.

L’open source è di tendenza

Purtroppo a me sembra che ora il termine open source stia diventando una tendenza; averlo sulla bocca equivale un po’ alla pronuncia degli slogan di sinistra che i giovani emancipati e di famiglie benestanti amavano gridare nei cortei e nelle Università (anche private) che frequentavano, per poi avere i vestiti firmati e costosi (ma in rigoroso stile freakkettone), l’utilitaria alla moda e così via. Di personaggi del genere ne ho incontrati tanti e quindi gli intenti nobili del kiwi mi portano a sentire puzza di bruciato.

L’open source un po’ come l’eco chic (non nel suo concetto innato, quanto nell'essenza che molti gli attribuiscono oggi) che va ora tanto di moda: ecologico ma di lusso, un binomio che mi fa tanto pensare agli ecolodge o alle eco-tende nei deserti africani o australiani, dove il turista ecologico non utilizza strutture in cemento, ma solo in materiali naturali e autosufficienti energicamente grazie ai pannelli solari, ma poi la sera, dopo aver girato il safari in jeep, tornano in tenda per un bagno rilassante nella Jacuzzi (quella con che acqua la riempi?).

Forse sono stata un po’ dura, ma sinceramente mi sembra di vedere una pseudo iniziativa, basata sull’onda dell’entusiasmo che sta ultimamente riscuotendo la comunità open source; magari il ragazzo vuole unire l’utile al dilettevole, però di sicuro è maggiore la voglia di farsi pubblicità rispetto ai reali intenti divulgatori.

3 Comments

  1. Emanuele 26 luglio 2012
  2. Edi82 Edi82 27 luglio 2012
  3. Piero Boccadoro Piero Boccadoro 3 settembre 2012

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