
I robot umanoidi sono nell’aspetto simili, lo dice la parola stessa, agli essere umani, ma in che modo comunicano con le persone? Come possono utilizzare la comunicazione i robot umanoidi per interagire con gli umani? Quando le persone parlano, il modo in cui si muovono rispecchia le parole che escono dalla loro bocca. Dei ricercatori del Georgia Institute of Technology hanno scoperto che, quando i robot si muovono in modo simile agli esseri umani, con un movimento che guida a quello successivo, le persone non solo capiscono meglio ciò che i robot stanno facendo, ma possono anche mimarlo meglio loro stessi.
Robot umanoidi: conferenza Interazione Uomo-Robot di Losanna
La ricerca è stata presentata in occasione della conferenza Interazione Uomo-Robot che si è tenuta a Losanna, in Svizzera, il 7 Marzo. Andrea Thomaz, professore assistente presso la School of Interactive Computing del Georgia Tech, ha presentato così il progetto: “è importante costruire robot che corrispondano alle aspettative sociali della gente perché pensiamo che renderà più semplice per loro capire come approcciarli e come interagire con loro”. Thomaz, insieme allo studente Michael Gielniak, ha condotto uno studio nel quale è stato dimostrato come un campione di persone riconoscesse facilmente ciò che stava facendo un robot umanoide, guardando i suoi movimenti. A questo proposito ha parlato Gielniak: ”le movenze di un robot sono di solito caratterizzate da gesti scattosi e sconnessi, al contrario di quelli umani che sono invece fluidi e dinamici. Quello che vogliamo è un’interazione uomo-macchina simile a quella tra essere umani, in modo che i movimenti compiuti dai robot siano intuitivi”.
L’esperimento con robot umanoidi
Utilizzando un serie di movimenti umani, presi in motion-capture, è stato programmato un robot, chiamato Simon, a compiere delle movenze. È stato anche ottimizzata la procedura che permette di muovere allo stesso tempo più articolazioni e di far seguire ad un movimento uno successivo, così da sembrare più fluido e simile a quello di un umano.
Ad un campione di persone è stato quindi chiesto di osservare Simon e di identificare i movimenti che stava facendo. Quando le movenze risultavano simili a quelle umane, le persone erano in grado percepire ciò che il robot simulava in maniera piuttosto semplice. Inoltre è stato testato l’algoritmo usato per creare movenze ottimizzate, chiedendo agli essere umani di compiere i movimenti che vedevano fare a Simon.
L’ipotesi era che, se il movimento creato dall’algoritmo fosse stato antropomorfe, allora i soggetti avrebbero avuto vita più facile nell’imitarli. E così in effetti è stato. La ricerca che Thomaz e Gielniak stanno portando avanti è parte di un discorso che punta a far muovere i robot umanoidi in maniera molto simile a quella degli essere umani; in un lavoro futuro, pensano a come poter portare Simon a compiere gli stessi movimenti in diversi modi. “Quindi”, conclude Gielniak, “invece di avere dei movimenti robotizzati ogni volta alla stessa maniera, ad esempio il gesto del saluto, si potranno vedere differenti variazioni sul tema, così che ci si dimentichi che si sta interagendo con un robot”. Un progetto ambizioso e di sicuro impatto, ma che apre uno scenario pseudo fantascientifico sulle possibili conseguenze di una eccessiva umanizzazione dei robot. Ricordate Terminator o Io, Robot?
Sul sito Freescale, trovate tanti informazioni sui robot e robotica

Ma per robot umanoidi si intende proprio a immagine e somiglianza umana? Naturalmente con un’intelligenza artificiale che non può minimamente competere con quella umana, ma la ricerca sembra continuare in questa direzione, anche per quanto riguarda i metodi di comunicazione e interazione dei robot con il genere umano…di per se interessante come ricerca!
Si ad immagine e somiglianza. La IA ovviamente peccherà in innovazione ed unicità (che è ciò che poi distingue gli umani dalle macchine). A me sembra che in questa ricerca ci si molta antropologia, con un spiccato aspetto psicologico (le persone infatti interagiscono meglio con i robot se non pensano ad essi come tali..). Torniamo quindi al discorso dell’interdisciplinarietà.