La storia di DAC e PIC

La storia di DAC e PIC

“Vabè questo è banale” sono le parole che mi sono ripetuto negli ultimi due giorni mentre cercavo di far funzionare un DAC con un PIC tramite protocollo SPI per generare l’eccitazione per un fluxgate. So che molti nell’aver letto la frase sopra hanno provato la stessa sensazione che provo io quando ascolto il tg1 economia, ma vi assicuro che, per chi ha un minimo di esperienza con i microcotrollori non è nulla di complicato. E questa semplicità me l’aveva proprio trasmessa l’ing. ****** mediante quella frase che mi rimbombava in mente in maniera frustrante mentre il dac sputava fuori numeri a muzzo.
Vedete, io non ho nulla contro coloro che mettono in giro soldi FALSI, avranno le loro buone ragioni, non ho nulla contro le persone FALSE, avranno motivo di esserlo per mascherare qualcosa e non mi fanno impressione, visto il mondo in cui viviamo, i FALSI titoli aria fritta di cui qualcuno ci ha parlato spesso a lezione qualche mese fa; ma se c’è qualcosa che mi fa veramente andare su di giri sono i FALSI contatti. Maledizione! I falsi contatti, detti anche contatti che “fassìano” o che “tenunu pei spisi”, sono il sintomo dell’esistenza del male sulla terra. Non c’è niente di peggio di una corrente che vuole scorrere su un filo e non può farlo perchè il contatto è debole, è la negazione della libertà individuale degli elettroni, decisi però ad andare in direzione ostinata e contraria.
Ora il fatto è che se c’è qualcosa che non funziona, soprattutto laddove sono coinvolti protocolli di comunicazione che non conosci, tu non vai a pensare ai contatti, vai a pensare che sbagli qualcosa nella programmazione…Dannazione, la colpa è SEMPRE dell’informatica e mai dell’elettronica, per te il problema è il software che hai scritto TU e che quindi è la cosa più probabilmente affetta da min****te.
E infatti nemmeno la semplicità disarmante del protocollo SPI riesce ad estirpare dalla mia testa l’idea che l’errore fosse nel codice o addirittura nelle librerie spi.h, per questo motivo, decido di implementare via software il protocollo lasciando perdere le librerie di C18, il modulo del pic fatto apposta per questo e la frase sopracitata.
Dopo aver implementato la trasmissione dati, unica parte che mi serviva, vado a provare… e… trovo esattamente gli stessi problemi di prima. A quel punto, con la colonna vertebrale a forma di punto esclarrogativo e il collo a forma di manico di ombrello decido di staccare tutto l’hardware che ho sulla basetta (entropica morte, male e devastazione) e di ricollegarlo da capo… magari in un’altra zona. Dopo 10 minuti, l’apparato è pronto, come prima, ma solo in un’altra zona della basetta. Ricollego al computer la porta usb, apro l’oscilloscopio virtuale che mi sono creato in labview e, prendendo come esempio D.A. Maradona il pomeriggio prima, prego.
Si vede che questo periodo è un po’ troppo pieno di cose da fare per tutti, anche per il buon Dio. E infatti, vado a guardare lo schermo del pc ed eccoli lì, i famigerati numeri a muzzo passeggiano da una parte all’altra del diagramma temporale che li segnalava… si vede che almeno loro, non hanno niente di meglio da fare che rompere i c******i a me.
Nonostante l’avessi controllato mille volte, riguardo lo schematico con i nomi dei pin e i collegamenti che avevo precedentemente fatto: Vss, DGND, AGND a massa e Vdd e la tensione di riferimento a +5V.
A un certo punto decido di verificare che il dac non fosse diventato una stufetta per artemie (sapete… succede ogni volta che per qualche scellerato motivo le tensioni sono tali da far scorrere grosse correnti dentro l’integrato che invece è progettato per lavorare con correnti molto piccole), così poggio il dito sul culo (così si chiama tecnicamente) del circuito.
Non tocco nessun piedino, ma solo la carcassa del dac ed assisto al miracolo sul monitor del pc… finalmente esce la tensione prevista! Mi allontano con calma dal tavolo di lavoro e faccio un paio di salti mortali all’indietro, bevo un bicchiere d’acqua, poi torno a sedermi e vedo sempre i famosi NAM (che da ora in avanti sarà l’acronimo di Numeri A Muzzo).
Vado ad appoggiare di nuovo il dito sul… vabè lì, e noto che il dac riprende a funzionare correttamente.
Risistemo il mio codice devastato dalle mille modifiche fatte, lo scarico sul pic, mi sincero che il dac sia opportunamente connesso e… lo tocco. Adesso tutto va a meraviglia, il dac funziona, a patto di toccargli il culo!

Federico Pepe via Facebook

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4 Comments

  1. @Facebook 20 luglio 2010
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