Criptovalute: possono essere considerate asset finanziari?

Sia le criptovalute sia la blockchain hanno rivoluzionato i metodi di pagamento di tutto il mondo, e di certo questa tecnologia può essere inserita tra le migliori invenzioni degli ultimi 20 anni. Sebbene la blockchain abbia reso più sicure le transazioni e sia stata integrata per agevolare i processi di registrazione e validazione, nonché per tener traccia di qualsiasi operazione in molteplici ambiti, le valute digitali destano non poche perplessità allontanando le loro possibilità di utilizzo e speculazione. Siamo circondati da nuove tecnologie che comunicano tra loro e affidiamo ad esse due aspetti fondamentali della nostra vita, vale a dire sicurezza e privacy, il cui dibattito ha aperto a nuovi dilemmi, ovvero quello di diventare o meno digitali. Sebbene a questo dilemma abbiamo già un risultato unanime introducendo e affidando la maggior parte del quotidiano al mondo digitale stesso, quando si parla di valute digitali e opportunità speculative ci rendiamo conto di non esser pronti a questa trasformazione. In questo articolo andremo ad approfondire i temi più caldi e underrated delle valute digitali.

Criptovalute: possono essere considerate asset finanziari?

L’affermarsi della digitalizzazione nel nostro paese continua ad andare a rilento, così come il mercato delle criptovalute che sembra tutt’oggi aver riscosso poco interesse su tutto il territorio nazionale. Raramente si sente parlare di valuta digitale che tende a generare non pochi dubbi e incertezze in molte persone che intendono approcciarsi per la prima volta nel mondo dei cripto-affari. Questo tabù in Italia tende a restare in piedi rispetto ad altri paesi, facendo perdere grosse opportunità speculative per chi investe.

Valute digitali in Italia e nel Mondo, regolamentazione e tassazione

Nella stragrande maggioranza dei paesi del globo, ad eccezione di Algeria, Bangladesh, Bolivia, Cina, Colombia, Corea del Sud, Egitto, Indonesia, India, Iran, Iraq, Marocco, Nepal, Macedonia del Nord, Russia, Turchia, Qatar, dove sono considerate illegali, queste valute hanno suscitato il forte interesse di tanti investitori che considerano tale investimento in egual misura di veri e propri asset finanziari e inoltre di pari utilizzo a valute comuni come dollaro, euro o yen, utilizzandole per l’acquisto comune di beni e servizi. In Europa, paesi come Portogallo, Malta, Svizzera, Germania, Cipro e Olanda definiti come crypto friendly countries, hanno il miglior regime fiscale, infatti, nella maggior parte di essi non vige alcuna tassazione sulla plusvalenza dalla vendita di bitcoin o cripto, mentre vengono tassati con minor percentuale rispetto al nostro paese i profitti derivanti dal criptotrading. 

In Italia (paese non proprio crypto friendly) non esiste una vera e propria regolamentazione a riguardo, ciò non significa che non ci siano regole, infatti, l’obbligo dichiarativo sull’investimento rimane, quindi il consumatore deve dichiarare la somma investita inserendola durante la compilazione della dichiarazione dei redditi nel quadro del modello redditi PF. A livello di tassazione si applicano i principi generali relativi alle operazioni con valute tradizionali, infatti, se il controvalore dell’investimento matura e supera la soglia di 51.645,89 euro per sette giorni consecutivi nell’arco di un anno, il fisco la considererà alla stregua di valuta estera con suddetta tassazione. Inoltre, la plusvalenza ricavata dall’investimento superiore a 51k se ritirata verrà tassata con una percentuale del 26% e dovrà essere riportato, come indicato dalla normativa nella sezione sulle plusvalenze di natura finanziaria. L’ente che vigila sui mercati finanziari in Italia, vale a dire la Consob, assieme agli enti di revisione associati di altri paesi rimangono pressoché diffidenti riguardo questo genere di investimenti poiché la maggior parte della compravendita di criptovalute viene effettuata su piattaforme decentralizzate non KYC (Know Your Custumer) pertanto potrebbero eludere il fisco o addirittura entrare in meccanismi di riciclaggio per utilizzi illeciti. Insomma si tratta ancora di policy embrionale e solo da poco i regolatori hanno iniziato ad affrontare tali sfide.

L’approccio degli investitori

Robert Kiyosaki (Figura 1), celeberrimo autore di “Padre Ricco Padre Povero” ha dichiarato apertamente in un’intervista, che i prossimi anni saranno teatro di una grave recessione economica dovuta all’inflazione. Pertanto, egli stesso ha affermato che investirà in oro, argento e bitcoin come bene rifugio.

In foto Robert Kiyosaki autore di “Padre ricco padre povero”.

Figura 1: In foto Robert Kiyosaki, autore di “Padre Ricco Padre Povero”

Così come Mr Kiyosaki, anche l’amministratore delegato di Apple, Tim Cook, ha dichiarato di possedere Bitcoin ed Ethereum sbilanciandosi non di poco affermando che l’azienda stia lavorando per implementare pagamenti in criptovalute tramite canali dedicati. Dunque:

Chi siamo noi neofiti della finanza per andare controcorrente e opporci a questa nuova rivoluzione?

Le criptovalute dunque sono da considerarsi dei veri e propri asset d’investimento come lo sono le azioni, le commodities, il dollaro o l’Euro. Tuttavia, se dovessimo iniziare ad investire in questi asset è buon senso essere seguiti da veri professionisti del settore e non brancolare nel buio; infatti, è bene mettere in guardia chi si approccia a capitalizzare da newbie; investire in questi asset vuol dire investire in prodotti finanziari decentralizzati, ovvero non vi è alcun garante che tuteli sia l’investitore che l’investimento come al contrario avviene per le azioni, le commodities e altri prodotti finanziari. 

Valute digitali: come scegliere quella giusta?

Esistono innumerevoli valute digitali e, a un occhio inesperto, potrebbero sembrare tutte uguali. Sebbene il miglior consiglio sia sempre quello di affidarsi a professionisti del settore, esistono tuttavia alcune peculiarità da tenere bene a mente, la cui conoscenza è fondamentale durante la scelta del progetto dove andremo a investire. Pertanto, una volta decisi, per una scelta corretta su dove investire dovremo focalizzarci su alcuni punti fondamentali: il Team che lavora al progetto, valutando se i developers hanno già partecipato allo sviluppo di altri progetti o sono volti nuovi del settore, il valore aggiunto ovvero il servizio che offre quel determinato asset digitale rispetto ad altri informandosi e leggendo attentamente il cosiddetto white paper del progetto, la scalabilità cioè la capacità che la blockchain possiede nel gestire un numero sempre maggiore di transazioni senza che le prestazioni ne risentano e, infine, le fee che la criptovaluta con annessa blockchain padroneggia.

Si, avete letto bene, purtroppo le commissioni/tasse, cosiddette fee, esistono anche qui nel mondo digitale delle criptovalute e sono parte integrante del sistema, pertanto, ogni qual volta decideremo di movimentare o inviare della valuta digitale, andremo a pagare delle commissioni. Perlomeno quasi tutte, difatti esistono diverse criptovalute tra le quali vale la pena citare IOTA che, rispetto alle storiche e conosciutissime Bitcoin ed Ethereum, si pone tra gli obiettivi principali quello di eliminare qualsiasi commissione.

Cos’è IOTA?

IOTA è il primo registro distribuito costruito per l’Internet of Everything ovvero una rete di scambio di valore tra esseri umani e macchine. IOTA (Figura 2) si differenzia dalle altre valute digitali perché esente da qualsiasi fee. Gli sviluppatori di IOTA hanno creato, rispetto alla tecnologia blockchain ampiamente utilizzata dalle altre criptovalute, una tecnologia proprietaria denominata Tangle Network. Il token è sviluppato in modo tale da interagire e servire “l’Internet of Things” (IoT) cioè tutti i dispositivi che interagiscono tra loro e gli esseri umani.

Iota

Figura 2: In foto IOTA, la criptovaluta pensata per l'IoT

Si stima che entro il 2025 più di 75 miliardi di dispositivi saranno connessi all’Internet delle Cose. L’obiettivo del Team di IOTA è quello di creare un Trust Layer che consente ai dispositivi di scambiare dati e valori immutabili e gratuiti. Questo tipo di tecnologia è sicura, efficiente, resiliente e resistente contro gli attacchi informatici.

Cosa ne pensano le BigTech?

Giganti tech e non, come Facebook, Amazon, Tesla, Microsoft, AMC e BurgerKing hanno iniziato o inizieranno a breve ad accettare ed a trattare le criptovalute come normale fiat money, nel linguaggio economico comune come moneta cartacea, insomma le valute che utilizziamo per gli acquisti quotidiani. Addirittura alcune di queste BigTech citate poco prima, stanno lavorando alla creazione di una propria criptovaluta che verrà integrata come metodo di pagamento sulle proprie piattaforme dedicate. In questi casi l’interrogativo è d’obbligo.

I giganti della tecnologia supereranno o addirittura sostituiranno le banche in questi anni? 

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Una risposta

  1. Locaile 29 Dicembre 2021

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