L’open source prende il volo: intervista a Chris Aderson, CEO 3DR

Negli ultimi anni è stata attuata una vasta copertura mediatica sui droni; l’esercito Usa ha sviluppato droni armati da mandare nelle zone di guerra (come parte di una controversa campagna di difesa), così da far tornare a casa decina di migliaia di soldati. Questi velivoli senza pilota possono svolgere missioni pericolose mentre vengono controllati, virtualmente, da ogni parte del mondo. Ma i droni non sono destinati a cambiare solo le modalità del conflitto, stanno anche avendo un impatto notevole sui consumatori e sul settore della robotica. Al timone della rivoluzione dei droni c’è 3D Robotics (3DR), uno dei più grandi produttori di velivoli senza pilota al mondo. Fondata da Jordi Munoz e Chris Anderson, ex caporedattore di Wired, 3DR ha venduto decine di migliaia di droni e di piloti automatici in tutto il mondo.

Ora, la startup con sede in California ha iniziato a vedere nuove possibilità applicative in vari settori, come quello della gestione delle aziende agricole o dei progetti di ingegneria civile.

Abbiamo parlato con Chris Anderson della forza che c’è dietro all’avvio di 3DR e di alcune difficoltà incontrate con l’utilizzo di massa di droni ad uso sia commerciale che personale.

Da dove è venuta l’idea di un’azienda per droni ad uso personale?

All’inizio mi sono lanciato nella robotica nel tentativo di far interessare i miei figli alla scienza; abbiamo comprato un kit apposito e costruito un tribot a tre ruote, e tutto quello che faceva era andare avanti e indietro tra un muro e l’altro; i ragazzi erano totalmente disinteressati e non impressionati (avevano visto Transformers, quindi è dura competere con la CGI). Perciò, ho iniziato a pensare: “Come potrebbe essere un robot più interessante?” La risposta è stata semplice: qualcosa che possa volare. Abbiamo così scritto su Google “Flying robot” (robot volante) e abbiamo ricevuto diversi risultati che portavano ai droni. I droni sono essenzialmente dei robot volanti, quindi ho immaginato che sarebbe stata un’ottima opportunità portare i robot nella terza dimensione: l’aria. L’elemento tridimensionale della robotica non è ancora stato esplorato, e i droni rappresentano una grande occasione per farlo.

Qual è stata la difficoltà maggiore nello sviluppo dei droni 3DR?

La parte semplice consisteva nell’implementare le parti hardware, come i sensori, i giroscopi, gli accelerometri e il GPS; questi elementi sono facili da aggiungere grazie alla rivoluzione degli smartphone, iniziata nel 2007, quando i sensori MEMS iniziarono ad essere disponibili su larga scala per merito di dispositivi sensor-driven come i controller della Nintendo Wii e l’iPhone. L’industria ha visto nascere differenti strumenti per la prototipazione con l’uscita delle stampanti 3D lo stesso anno, fenomeno poi sfociato nel cosiddetto “maker movement”.

Ad uno sguardo più attento, il 2007 è stato l’anno in cui lo spazio hardware è diventato davvero interessante, sempre grazie alla rivoluzione degli smartphone. La parte più difficile per 3DR è stata la realizzazione del software, insieme alla sensor fusion, necessaria a far volare correttamente un drone. I magnetometri, per natura, difficilmente operano in maniera affidabile nel mondo reale. Avere a che fare con problemi di rumore del segnale nelle applicazioni del mondo reale, e occuparsi della "sensor fusion" tra dozzine di sensori è piuttosto complicato. Una volta trovato il software adatto, la seconda parte più difficile è stata intensificare la produzione tradizionale nel nostro stabilimento all’avanguardia di Tijuana, in Messico.

10 anni fa avresti mai immaginato un mondo con droni personali a buon mercato?

La tecnologia ci parla e ci dice dove vuole andare; il fatto che inizialmente non abbia pensato di lavorare con i droni e con la tecnologia che ha reso possibile, non è una cosa anormale. Al tempo la tecnologia era appena stata sviluppata, quindi non è sorprendente che negli anni grandi prodotti industriali diventino prodotti economici per consumatori. Internet ha fatto questo con il settore delle telecomunicazioni, il PC con l’elaborazione, e si può affermare che i droni lo abbiano fatto con l’industria aerospaziale. Il fatto che ora si possa mettere la parola “personale” davanti ad un prodotto tradizionalmente industriale è assolutamente normale, è proprio quello che fa la Silicon Valley.

C’è al momento una barriera tecnologica che sta impedendo a 3DR di ottenere determinate specifiche?

La più grande area di studio attuale è chiamata “sense and avoid” (percepisci ed evita). Ora che i droni possono volare in maniera autonoma ed economica, dobbiamo assicurare che lo facciano anche responsabilmente. Una volta che un drone è in aria, è nel territorio della FAA (Federal Aviation Administration). Il suo ruolo principale è quello di mantenere lontani tra loro i velivoli, comunicando ai piloti informazioni sul traffico aereo; il problema con i droni è che non hanno pilota e sono fuori dal controllo radar. Devono quindi essere in grado di individuare gli ostacoli da soli, compito su cui ruota “sense and avoid”.

Drone x8 Copter

La capacità di identificare un potenziale conflitto nello spazio aereo ed evitare una collisione con un altro velivolo è un grande problema che dobbiamo risolvere. Sappiamo di poterci riuscire perché possediamo la tecnologia, ma dobbiamo convincere la FAA. Fino a che non proviamo che i robot sono migliori degli umani nell’identificazione e nell’elusione di un ostacolo, ci sarà sempre continua resistenza nel permettere ai droni di volare oltre il limite attuale di 400 piedi (quasi 122 metri).

Che tipo di impatto pensi che questi droni avranno sull’utente medio nei prossimi anni?

Al momento si stanno vendendo tra 500.000 ed un milione di droni l’anno su scala mondiale; i droni offrono una user experience unica, basta premere un pulsante e l’apparecchio prende quota, seguendo le persone e mantenendo la telecamera puntata su di esse (questo sta scalzando il fenomeno GoPro). L’aspetto commerciale, attualmente limitato dalle regolamentazioni, sarà molto più ampio negli anni a venire, perché si potrà focalizzare su settori nuovi come l’agricoltura e la gestione delle aziende agricole, i progetti di ingegneria civile ed edile, la ricerca ed il recupero, e molte altre. L’agricoltura è la più grande industria al mondo, seguita dall’edilizia, ed entrambe devono ancora essere organizzate con la raccolta di dati; i droni sono gli strumenti adatti a portare questi dati.

Cosa ancora serve per assicurare un utilizzo di massa ed una accettazione dei droni personali?

Noi abbiamo iniziato a realizzare dispositivi elettronici integrati molto specializzati, come i nostri piloti automatici, e se continuiamo a seguire l’evoluzione del settore degli smartphone per vedere cosa accade dopo, potremo osservare una convergenza degli altri settori adiacenti a quello degli smartphone. Questo accade con la wearable technology, con Internet delle Cose e con la robotica. Ciò significa che stiamo utilizzando sempre più gli stessi chip e gli stessi sistemi operativi dei settori adiacenti al nostro. Come passiamo dal codice scritto ai sistemi operativi in tempo reale, e a Linux, siamo passati da un settore ad hoc ad uno più simile ad un’organizzazione vera e propria sotto la Linux Foundation e la Dronecode Foundation. Ci troviamo alla convergenza di queste altre industrie che si stanno attualmente trasformando; stiamo anche cercando di allinearci con la ROS (Robot Operating System), che è un settore standard. Possiamo iniziare a creare processori standard e sensori standard fino al punto in cui siamo in grado di trasformare il tutto in una piattaforma per droni. Questo sarebbe davvero importante, perché ci permetterebbe di beneficiare del lavoro degli altri settori, utilizzando gli stessi strumenti e librerie. I droni possono passare da una categoria speciale ad essere parte di una ben più grande trasformazione del mondo hardware.

Original article courtesy of EEWeb

2 Commenti

  1. zordanmanuel 14 febbraio 2015
  2. 20spy2003 17 febbraio 2015

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