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Robot inadeguati a Fukushima

Robots a Fukushima

Allego un estratto che ho preso dai diari di un responsabile dei robot usati a Fukushina dopo il disastro. Il diario è stato ritirato da Web da qualche mese. È una lettura drammatica. Avevo reperito il diario in rete già molti mesi fa e, a quel tempo, avevo proposto di scrivere un articolo a vari giornali (IlSole24Ore, La Stampa, Il Mattino) - ma non lo ritennero interessante.
Purtroppo questo documento è sempre attuale - ma i mezzi di comunicazione di massa continuano a pubblicare altre cose, concentrandosi spesso su dibattiti di parole, su eventi volatili e su persone note ma non molto interessanti.

A monte del disastro della centrale nucleare di Fukushima dell’11 Marzo 2011, erano mancate difese adeguate. La rete elettrica giapponese era divisa in due parti a frequenze diverse (50 Hz e 60Hz) fra le quali un convertitore di frequenza poteva (e può) trasmettere solo l’uno per cento della potenza generata. La scelta della località della centrale era stata disastrosa: pericolo di tsunami di 40 metri un paio di volte al secolo e difese contro il mare del tutto inadeguate. Avvenuto il disastro, i tecnici non potevano entrare nelle centrali per non subire gli effetti di radiazioni nucleari pericolose. Si poteva rimediare facendo entrare nei fabbricati robot radiocomandati muniti di telecamere. Quelli giapponesi, però, avevano telecamere inadatte a funzionare in presenza di radiazioni.
Una settimana dopo il maremoto, il costruttore americano iRobot mise gratuitamente a disposizione due piccoli robot Packbot e due più grandi robot Warrior 710 muniti anche di braccia meccaniche per rimuovere detriti e rottami e manipolare oggetti. I tecnici giapponesi dovettero essere addestrati a usarli. L’impiego pratico potè iniziare solo un mese dopo il disastro. I robot erano muniti di 5 telecamere di cui una a raggi infrarossi, di un dosimetro, un analizzatore di particelle e uno dei tassi di ossigeno, idrogeno e gas organici. Ogni robot ha un ricevitore GPS in modo che la sua posizione viene determinata esattamente quando è all’esterno. Dentro i fabbricati, la posizione viene calcolata o stimata dalle immagini delle telecamere.

Le difficoltà incontrate erano documentate (tra aprile e luglio 2011) dal diario di un operatore giapponese, noto solo con le sue iniziali S.H. I diari erano intitolati “Dico tutto quel che voglio”. Le note di S.H. sono state scaricate da Web (prima che fossero cancellate) da un redattore del mensile SPECTRUM dell’Institute of Electrical and Electronics Engineers. Ne risultano situazioni gravi e critiche. S.H. racconta che dopo una lunga operazione in cui aveva dovuto avvicinarsi molto al robot (data la scarsa portata della connessione radio) l’allarme del dosimetro che misurava il livello di radiazioni che aveva assorbito cominciò a suonare. Il suo supervisore gli disse che il dosimetro era difettoso e che continuasse a lavorare.

I robot americani con telecamera entrarono nel fabbricato della centrale N°1 il 3 giugno (84 giorni dopo il terremoto).
Due diverse aziende, sotto contratto con la TEPCO (Tokyo Electric Power Company, proprietaria della centrale) gestivano un robot ciascuna. A metà maggio S.H. riferisce: “Continuiamo l’addestramento. È disagevole manovrare i robot attraverso le porte doppie, sui pianerottoli e poi farli salire ai piani superiori mandandoli in retromarcia. Lo stress di nopi operatorio è notevole.”
“Il 19 maggio la Prefettura di Fukushima ordina di interrompere le operazioni. Il morale degli operatori è a zero. Ci occupiamo con qualche lavoro di manutenzione non urgenti e ci accorgiamo che i robot presentano già segni di usura, sebbene siano robusti modelli militari.”
“30 Maggio – stamattina ho trovato il bagno occupato da uno sconosciuto ubriaco che si era addormentato per terra.”
31 maggio – Tre operatori hanno completato l’addestramento con i robot. Principalmente hanno imparato a farli andare su e giù per le scale. Se c’è bisogno di noi potremo andare a fare il nostro lavoro ovunque nel mondo.
“1 Giugno – ho letto le dichiarazioni ufficiali del governo. Mi pare che sottovalutino la gravità della situazione.”
“3 Giugno – I robot sono entrati nel reattore N°1. Abbiamo usato telecamere e controllo radio. Il livello delle radiazioni è di 60 milliSievert/ora, ma ho trovato un punto caldo in cui raggiungeva 4 Sievert/ora.” I cingoli dei robot slittano sui pavimenti e incontrano difficoltà con gli ammassi di detriti.
“15 Giugno – Usiamo Ethernet per le comunicazioni e abbiamo collegato un cavo per LAN (Local Area Network). Il robot ne ha steso 45 metri. Poi ci siamo fermati perché il cavo non ha un riavvolgitore automatico
“16 Giugno – comincio a usare i robot grandi Warrior che possono sollevare anche 250 kg.”
“19 giugno – molti operatori dovevano avere un giorno di riposo o sottoporsi a test medici, ma un funzionario governativo ha deciso che non c’era tempo per queste cose e che dovevano avere un altro giorno di addestramento.
“20 giugno – problemi con la stabilità dei robot Warrior: l’aderenza è diversa nel cingolo destro e in quello sinistro, occorre molta cura perché sulle scale non ruotino su se stessi
“23 giugno – usiamo i PackBot in un’area ove è alto il livello delle radiazioni. Un primo robot trasmette i segnali via radio al secondo che è connesso con noi via Ethernet. Il cavo Ethernet è segnalato con coni bianchi e rossi, ma la direzione ha mandato un camion da 4 tonnellate che ha rimosso i coni ed è passato varie volte sul cavo che per fortuna non si è rotto – se si fosse rotto i due robot sarebbero rimasti inutilizzati nell’area ad alte radiazioni.
Solo dopo il 23 Giugno arrivarono alcuni moderni robot giapponesi Quince. Erano modelli in cui i circuiti integrati erano vulnerabili alle radiazioni e avevano dovuto essere schermati opportunamente. Nell’ottobre 2011 uno di questi tranciò il proprio cavo e dovette essere abbandonato. I Quince, come i Warrior, sono progettati per uso in caso di disastri, ma nessuno di questi è adatto a trasportare feriti o disabilitati.
“3 luglio 2011 – i Packbot hanno misurato le radiazioni al primo piano del reattore N°3 che era stato decontaminato ieri dai robot Warrior. I livelli di radiazione sono diminuiti del 10%. In alcuni punti il livello è di 80 Sv/h.

Come si vede, la preparazione all’emergenza era inadeguata a Fukushima. La Gestione Totale della Qualità (Total Quality Management) avrebbe dovuto imporre la presenza di apparati e strumenti adatti a funzionare in condizioni estreme (alte radiazioni) e di personale già addestrato.

Sul lungo termine, le strategie energetiche e i problemi di sicurezza non si risolvono con discorsi (anche se “paiono assai fondati”), né su principi ideologici, né su astratti principi di precauzione. Dobbiamo analizzare i fatti, studiare, addestrare tecnici eccellenti, finanziare ricerca e scuole avanzate.

 

 

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ritratto di Bazinga

Giapponesi!

In fatto di terremoti, da sempre i Giapponesi hanno dettato le linee guida mondiali. Chi meglio di loro sà contrastare un fenomeno che li vede quotidianamente coinvolti?

Poi pian piano sono uscite fuori centrali mal manutenzionate, impianti obsoleti ed ora addirittura location sbagliate e robot inadeguati... che sia arrivata la speculazione a dettare legge?

ritratto di Emanuele

Anche io ho sempre pensato

Anche io ho sempre pensato che il modello giapponese fosse il modello da seguire ma effettivamente la gravità del terremoto / maremoto è stata tale da creare anche panico e come spesso accade il panico gioca brutti scherzi (non voglio credere alla scarsa preparazione dei tecnici giapponesi)

ritratto di Andrea quinto

"La rete elettrica giapponese

"La rete elettrica giapponese era divisa in due parti a frequenze diverse (50 Hz e 60Hz) fra le quali un convertitore di frequenza poteva (e può) trasmettere solo l’uno per cento della potenza generata"
Mi sembra un tantino sbagliato questo "un percento" ...

ritratto di Waldo65

Effettivamente non è chiaro

Effettivamente non è chiaro il nesso tra i convertitori di frequenza e la frequenza di rete "mista" a 50Hz ed a 60Hz

 

 

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