La certificazione di prodotto

Quali sono i vincoli a cui un prodotto è sottoposto per poter essere presente (e vincente) nel mercato globale? L’attenzione deve essere rivolta al complicato intrico di regolamenti legislativi da soddisfare, ma anche a quelle certificazioni (marchi) che aggiungono valore presso il cliente finale.

Il concetto di certificazione di prodotto si inserisce nell’ambito del più ampio argomento della qualità aziendale, questione questa quanto mai attuale e, sui cui obiettivi di fondo, esistono spesso dei fraintendimenti. Allo scopo di comprendere le motivazioni e le scelte riguardanti la certificazione di prodotto facciamo un breve excursus sul concetto di qualità in azienda.

La qualità aziendale

Rifacciamoci alla definizione di qualità data nella norma ISO 8402 (nelle definizioni gli standard di solito sono attenti): “l’insieme delle proprietà e delle caratteristiche di un prodotto o di un servizio che conferiscono ad esso la capacità di soddisfare esigenze espresse od implicite”. L’idea non è nuova,  i suoi concetti formali nascono nel primo dopoguerra, sull’impulso allo sviluppo economico di alcune multinazionali giapponesi, che miravano a cambiare l’appeal un po’ cheap con il quale i loro prodotti venivano visti in occidente. Per raggiungere  il loro obiettivo, furono introdotte delle “best practice” nel processo di design e di ingegnerizzazione, insieme a misurazioni statistiche dei risultati attesi, seguendo metodologie che con il passare  del tempo fecero scuola (Toyota, Kaizen, Taguchi, tqm etc...). Il risultato  fu una crescita della resa produttiva, una forte minimizzazione di scarti e difetti e un aumento del valore intrinseco e di quello percepito del prodotto. Con il passare  del tempo il concetto di qualità è stato esteso anche ai servizi, alle diverse parti dell’azienda quali marketing, accounting ed al management stesso, in breve all’intero sistema azienda ed al suo insieme di processi. Ai giorni nostri, a seguito della globalizzazione dei mercati e di fenomeni quali outsourcing e delocalizzazione, la qualità è diventata sempre più una necessità per il produttore moderno, tanto da guadagnarsi una standardizzazione internazionale ISO – la serie ISO 9000- a cui quasi tutte le aziende di una certa grandezza oramai si attengono. Ma, tornando al nostro argomento, a cosa ci si riferisce in pratica quando si parla di ‘qualità aziendale’? Beh, avendo chiaro che lo scopo finale di un azienda è, ovviamente, sempre quello di produrre maggior profitto, in breve possiamo dire che anche la qualità asserve allo scopo di aggiungere valore per gli stakeholders dell’azienda: fornitori, azionisti, impiegati, e, ultimi, ma non di certo in importanza, i clienti. E’ in questa ottica, che la certificazione di prodotto rientra nella gestione della qualità di prodotto che un’azienda produce. Gli obiettivi sono quelli di:

» aggiungere valore al prodotto, soddisfacendo alcuni requisiti (obbligatori e non) riguardanti  il design e l’ingegnerizzazione;

» dichiarare  ciò nei confronti dei terzi (tipicamente apponendo un marchio);

» avere  un ente terzo che avalli (‘certifichi’) la dichiarazione fatta.

 

Introduzione alle certificazioni

In un mercato globale fatto di aziende che hanno intere funzioni (marketing, accounting, R&D, etc...) dislocate in continenti diversi, il  modo migliore per aggiungere valore al prodotto è riuscire a competere globalmente; guardandolo dal lato certificazione questo significa soddisfare i requisiti normativi presenti nelle diverse nazioni. Vista l’attenzione crescente dei consumatori ad aspetti di sicurezza, impatto ambientale e consumo energeticosi deve valutare l’opportunità di certificare volontariamente  il proprio prodotto presso enti o organizzazioni riconosciute allo scopo di aggiungere valore per i clienti  finali. L’effetto più immediato ed evidente al consumatore  finale è la presenza di marchi e loghi stampati un po’ dappertutto sul prodotto, ma principalmente sulle etichette. Ad esempio, il marchio a cui siamo più abituati, è quello indispensabile in ambito europeo, cioè quello legato alla certificazione CE (riportato nella figura 1); nella figura 2 viene riportato il marchio CCC (China Compulsory Certification), indispensabile per prodotti in vendita sul mercato cinese. Come vedremo in seguito le due certificazioni si distinguono per la metodologia di ottenimento.

Certificazioni obbligatorie

Il  primo aspetto di cui tenere conto è quindi quello del soddisfacimento delle normative previste dai paesi nei quali si vuole commercializzare un prodotto. Il legislatore chiede, all’azienda che voglia entrare sul mercato, la conformità a requisiti di:

» tutela della sicurezza del consumatore;

» tutela dell’impatto ambientale.

Questo tipo di certificazioni sono da considerarsi obbligatorie, nel senso che l’assenza di queste, all’immissione sul mercato, è una violazione della legge ed è sottoposta a sanzioni diverse a seconda dello stato considerato. Bisogna fare attenzione al concetto di “immissione sul mercato”, che può significare cose diverse in schemi di certificazione diversi. Ad esempio, per la normativa CE, l’immissione sul mercato è la “prima volta che un apparato soggetto alla Direttiva viene messo a disposizione per la distribuzione o l’uso nelle aree economiche europee”, quindi il semplice trasferimento  di un prodotto privo di marchiatura CE dalla linea produttiva alle filiali di vendita è una violazione della legge. Invece, ad esempio, per il China RoHS (la versione  cinese del RoHS europeo),  il prodotto deve essere marchiato già “al momento dell’uscita dalla linea produttiva”, quindi ci possono essere sanzioni anche in seguito a controlli sullo stoccaggio in magazzino.  Il quadro è complicato dal fatto che, a seconda del paese interessato, esistono diverse normative vigenti e metodologie di certificazione. Per agevolare  il compito ai produttori, esistono accordi di reciproco riconoscimento (totale o parziale) e schemi di pre-certificazione (vedi approfondimento riquadro “Certificazioni globali, accordi di mutuo riconoscimento e ‘Schema CB’”) che consentono di non dover ripetere l’intero iter dei test in ognuno dei paesi voluti, dando la possibilità di aver accreditato in un paese terzo, dichiarazioni di conformità e test eseguiti in un altro paese. Citate nel box “Cerificazioni obbligatorie”, vi sono alcuni esempi notevoli di certificazioni obbligatorie che valgono nel settore elettronico/IT  (CE, ROHS, WEEE, FCC, CCC, CHINA ROHS). Nel caso di certificazioni obbligatorie, è importante sottolineare che il responsabile  unico della non conformità, in caso di controllo da parte degli Enti preposti sul prodotto, “è e rimane  il produttore”, questo anche se la certificazione fosse stata ottenuta mediante esame da parte di un Ente Notificato (Notified Body) (vedi paragrafo “Metodologia di Certificazione”).

Certificazioni volontarie

Un altro tipo di certificazioni sono quelle volontarie, che mirano, come già detto sopra, ad aumentare  il valore percepito dal cliente finale. L’ente certificatore, in questo caso, è più di un controllore della regolarità normativa del prodotto, in quanto ‘avalla’ presso il consumatore alcune caratteristiche apprezzate dal mercato. In questo caso, quindi, l’ente, che di solito è privato, affianca con il suo marchio il prodotto e aggiunge il valore della sua credibilità. Il  procedimento di certificazione, di solito, comprende, quindi, o un esame diretto del prodotto, oppure uno schema di certificazione standard e approvato internazionalmente (schema CB, vedi riquadro). In alcuni casi di certificazione volontaria, le implicazioni della marchiatura non sono banali; ci possono essere:

» vincoli  sui componenti critici del prodotto marcato; non possono essere cambiati (per esempio per esigenze produttive o di acquisto).

» vincoli  sul luogo di produzione (occorre comunicarlo all’ente certificatore);

» audit trimestrali sul prodotto, senza preavviso, per accertarne la conformità rispetto al file (report);

» in caso di non conformità del prodotto è possibile avere anche blocchi di produzione.

Quindi è comprensibile che, oltre al vantaggio competitivo di avere un marchio riconoscibile associato al brand di prodotto, esistono oneri vari e perduranti nel tempo, che bisogna essere in grado di gestire. Di solito le problematiche di questo tipo, oltre a quelle della certificazione di qualità aziendale, vengono accentrate (ISO 9000), in un dipartimento aziendale separato. (Quality Dept.). Alcuni esempi notevoli di certificazioni volontarie che valgono nel settore elettronico/IT sono citate nel box “Cerificazioni facoltative” (UL, CSA, TUV) con una breve descrizione.

Metodologie di certificazione

Come si ottiene una certificazione di prodotto? Esistono diverse modalità di conseguimento. Sembrerà strano, ma una delle più diffuse (vale, ad esempio, per alcune parti della CE) è quella di autocertificazione di conformità da parte del produttore. L’azienda, durante la fase di design o, successivamente a questa, nella fase di test, sottopone il prodotto ad alcuni esami, che mirano a verificare  il rispetto delle regolamentazioni  alle quali si vuole che il prodotto sottostia. Prendendo ad esempio la certificazione CE, il produttore è tenuto a:

» predisporre e custodire un “fascicolo tecnico”, descrittivo delle caratteristiche tecniche del prodotto e delle prove effettuate, comprovanti la sicurezza del prodotto stesso;

» redigere  una “dichiarazione CE di conformità” in cui viene indicata la/e direttive applicate e le norme tecniche utilizzate;

» per alcune direttive è necessario sottoporsi alla verifica da parte di un Ente Notificato (Notified Body).

Un’altra possibilità è quella di sottoporsi ad un’ispezione da parte di un ente terzo, che alla fine dell’esame, emette un Test Report validato e lo sottopone all’ente certificatore. Ad esempio per una certificazione di tipo volontario CSA (collegata all’americana UL):

» il primo passo è che uno o più campioni del prodotto vengono ispezionati presso la sede aziendale, da personale dell’ente terzo autorizzato sul territorio italiano. Vengono resi disponibili agli ispettori eventuali report di conformità per regolamenti specifici di sicurezza (es: CDRH per il laser) e la documentazione descrittiva del prodotto.

» L’ispezione (assieme ad eventuali test di sicurezza) verifica varie parti del prodotto (materiali plastici, componenti elettrici).

» Si provvede ad istruire la pratica di ottenimento del marchio a CSA, che accende conseguentemente un file, contenente la descrizione del prodotto (con riferimento ai componenti critici quali: plastiche, elettronica, etichette). A tale file è associato il “report CSA”.

» CSA invia una “Early Authorization” a marcare  il prodotto, ed in seguito il report ufficiale.

Nella tabella 1 sono indicate alcune tra le principali certificazioni, organizzate secondo le due dimensioni che abbiamo visto: obbligatorietà/volontarietà, metodologia di ottenimento. In ogni caso, comunque, l’approccio alla rispondenza dei requisiti di certificazione deve prendere parte integrante del processo di progettazione. Schematizzando ciò può avvenire seguendo due approcci totalmente diversi:

» durante lo sviluppo del progetto non si tiene conto dei requisiti, che saranno comunque verificati in qualifica,  il prodotto sarà probabilmente da modificare il che implica costi aggiuntivi e ritardi.

» Durante  lo sviluppo del progetto si seguono regole di buona progettazione (Capitolato tecnico di progettazione) e si eseguono test preliminari. Quindi “progettare per la certificazione”, non progettare e poi certificare.

Tabella 3: classificazione delle certificazioni di prodotto.

Tabella 1: classificazione delle certificazioni di prodotto.

 

Certificazioni

CE: Il marchio CE è un marchio da apporre sui prodotti commercializzati all’interno  della Comunità Europea. Tutela l’utente consumatore garantendo la sicurezza e la non nocività del prodotto. Tutela l’ambiente dove il prodotto viene utilizzato.  La sua applicazione è generale (per tutti i generi di prodotto).  A seconda del genere di appartenenza, la Comunità Europea ha emesso direttive specifiche che indicano le norme alle quali il prodotto deve essere conforme. Va apposta: sull’apparecchiatura e/o sull’imballaggio, e/o sulle istruzioni per l’uso e/o sul tagliando di garanzia. Ad ogni classe di prodotti si applicano direttive particolari, quelle principali sono:

- CEE 89/336 (in vigore dal 1 gennaio 1996) e succ. modifiche

- CEE 73/23  (in vigore  dal 1 gennaio 1997 Bassa Tensione

- CEE 89/392 (Direttiva Macchine) e succ. modifiche

ROHS Compliance: RoHS (Restriction  of Hazardous Substances) è una direttiva europea che richiede che le apparecchiature elettriche ed elettroniche vendute in Europa dopo il 2006, debbano rispettare i severi requisiti della Direttiva, limitando la presenza di mercurio, cadmio, cromo haxavalent, bifenili polibromurati o piombo, compresi stagni da saldatura con tenore di piombo a certi livelli. Molti paesi oltre UE, compresa  la Cina, hanno adottato normative RoHS o simili (nel caso della Cina ha una sua certificazione  il China RoHS, con notevoli differenze rispetto alla versione europea). Il codice della direttiva è:

- CEE 2002/95  RoHS Directive

WEEE: The Waste Electrical and Electronic Equipment Directive è la direttiva della  CEE sui rifiuti provenienti da apparecchiature elettriche ed elettroniche che, insieme  alla direttiva  RoHS (direttiva  2002/95/CE),  è diventata  legge europea nel febbraio 2003, con l’obiettivo di raccolta, riciclaggio e recupero per tutti i tipi di elettrodomestici.  La direttiva impone la responsabilità per lo smaltimento dei rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche ai produttori di tali apparecchiature. Tali società dovrebbero istituire un’infrastruttura  per la raccolta WEEE, in modo tale che “gli utenti domestici di apparecchiature elettriche ed elettroniche abbiano la possibilità di portare indietro rifiuti elettrici e elettronici almeno gratuitamente”. Inoltre, le imprese sono costretti a utilizzare i rifiuti raccolti in modo ecologicamente compatibile.

- CEE 2002/96 WEEE Directive

CCC: Il marchio CCC (China Compulsory Certification) è richiesto ed obbligatorio per importare i prodotti elettronici sul territorio cinese a partire dal 01/08/03. E’ un certificato  che assicura la conformità dei prodotti importati in Cina alle norme pertinenti di EMC, Sicurezza  ,Radio. Sono quindi verificate per i prodotti le norme che in Europa sono in relazione alle direttive CEE 89/336, CEE 73/23,  RTTE 99/05. La procedura di certificazione richiede un audit all’impianto di produzione da parte di personale abilitato dall’ente cinese di vigilanza e l’invio del/dei prodotto/i e relativa documentazione presso laboratorio di test autorizzato e testing. L’esistenza di un’analisi del prodotto secondo lo schema CB, aiutare  a snellire  molto la procedura.

FCC: La FCC Federal Communications Commission (USA) è un ente Federale che fissa i requisiti del livello di emissione elettromagnetica da soddisfare, per l’immissione del prodotto sul mercato americano.

UL (Underwriters Laboratories): UL è un ente no-profit  che salvaguarda l’utente dei prodotti industriali in USA, il marchio corrispondente è volontario e viene posto sul prodotto. E’ una marcatura accettata in USA (UL), oppure  in USA e Canada (C-UL) ed è normalmente richiesto dall’acquirente in USA e Canada. La mancanza  di tale marcatura per un prodotto da commercializzare sul mercato Americano e Canadese è valutata negativamente.

CSA (Canadian  Standard Association): E’ l’ente canadese corrispondente all’americano UL.

TUV: I TÜVs (acronimo  per Technischer Überwachungs-Verein, Associazione dei controllo tecnico) sono organizzazioni tedesche che lavorano per convalidare la sicurezza dei prodotti di ogni genere e per proteggere l’uomo e l’ambiente contro i rischi. Il TUV lavora  come  un consulente indipendente, che esamina gli impianti, i veicoli a motore, l’energia degli impianti, dispositivi e prodotti (ad esempio i beni di consumo). Molte delle organizzazioni TÜV gestiscono anche la registrazione a vari standard, come la certificazione ISO9001: 2000.

 

 

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